Mauro Corona in dialogo con il fratello morto nel nuovo libro: «Grazie a lui capirete chi sono davvero io»
Nel volume in uscita oggi l’autore parla per la prima volta di Felice deceduto quasi sessant’anni fa in Germania. Il dolore per quella tragedia diventa strumento di analisi

Mauro Corona ha tenuto Felice seduto in una stanza per sessant’anni. Lo ha aspettato nei sogni, lo ha ritrovato quando il rumore del mondo si è abbassato e, infine, gli ha aperto la porta, dopo averlo cercato a lungo. Felice è il fratello partito ragazzo per la Germania nel 1968, presto ritrovato morto sul bordo di una piscina, tornato a Erto in una cassa di legno. Da allora è rimasto lì, in quello spazio interiore dove Corona ha continuato a incontrarlo. Nel nuovo libro, intitolato semplicemente «Felice», in uscita oggi per Bompiani (la presentazione è in programma a Pordenonelegge domenica alle 17. 30, al Palafumetto), gli affida la parola: sarà il morto a chiedere conto al vivo. Perché a 76 anni Corona non nasconde più le proprie colpe dietro il personaggio del «farabutto e mascalzone» che ha tante volte scelto di essere. Felice è il suo interlocutore più severo, davanti al quale non servono scuse né ripari.
Perché ha sentito il bisogno, solo ora, di far parlare Felice in prima persona dall’aldilà, con un espediente quasi omerico?
«Nonostante io cerchi di migliorarmi, sono stato un uomo ambiguo, falso, traditore, geloso, possessivo, a volte violento. Nei libri precedenti non l’ho mai detto. Dire che sono stato anche una brutta persona era difficile. Per questo parla lui, morto sessant’anni fa: «Adesso vi dico io chi è davvero mio fratello». Questa è un’autoanalisi, il tentativo di migliorarmi. Cechov diceva che un uomo può migliorare se gli fai vedere com’è. Ecco, vorrei arrivare alla fine dei miei giorni avendo raccontato tutte le brutture».
Di queste brutture che cosa vorrebbe cambiare?
«A 76 anni non posso migliorare il passato, ma il mio rapporto con gli altri sì: essere meno vile, più leale, più onesto. Sono stato seguace di La Rochefoucauld, secondo il quale nelle disgrazie dei migliori amici c’è sempre qualcosa che non ci dispiace affatto. Anch’io ho goduto degli incidenti dei miei amici scalatori, più bravi di me: si rompevano una caviglia e dicevo «Mi dispiace, guarirai. ..», ma sotto sotto me la ridevo. Siamo tutti così, ma io ho voluto dirlo. Quando diventi un personaggio pubblico (e io sono un pagliaccio pubblico), sei preda di detrattori selvaggi. Io mi salvo perché peggio di quanto dice di me mio fratello non potrà dirlo nessuno».
Quanto questo libro è arte dello scrivere e quanto desiderio di essere in contatto con Felice?
«Mi sono riavvicinato a lui. Ci siamo messi una mano sulla spalla e ci siamo abbracciati. È stata una pomata sulle ferite. Gli ho inventato un futuro e ci credevo: non so se sarebbe tornato davvero, ma io l’ho fatto tornare, ho riversato su di lui il mio desiderio di tornare. Le radici sono elastiche: puoi andare in capo al mondo, ma ti riportano a casa. È un’autobiografia, alla fine, e come tale ha senso solo se l’autore si fa a pezzi: se uno si incensa, meglio buttare il libro nella stufa».
Che rapporto avevate da piccoli?
«Molto conflittuale. Io avevo la mania di comandare: lo costringevo a bere, a scalare, a cacciare di frodo. Lui era del 1951, un anno più giovane, amava i bei vestiti e le auto, che non ha mai potuto permettersi. Aveva altre idee e questo mi infastidiva perché ero il suo imperatore. Felice, Richetto e io siamo cresciuti nella stessa famiglia: stesse botte, stessi dolori, stessa solitudine, eppure nessuno dei due ha avuto il mio rapporto con i libri. Io ho ricevuto un dono da mia madre: l’amore per la lettura. Mi lasciò una stanza piena di volumi, «L’Idiota», «I miserabili», «Guerra e pace». Non capivo niente, ma quelle pagine mi facevano compagnia».
I contorni tragici della storia di Felice restituiscono anche una tragedia familiare rimasta a lungo sepolta.
«Una storia dimenticata. La tragedia della mia famiglia è poca cosa rispetto a ciò che accade nel mondo, ma le persone che lo avevano assunto in Germania come gelataio non si sono nemmeno presentate al funerale. Posso capire l’imbarazzo di affrontare genitori cui riconsegni un figlio in una bara, ma non abbiamo mai ricevuto una lettera, una telefonata. Se qualcuno di loro è ancora vivo, vorrei che venisse a salutarmi, bere un bicchiere insieme, sentire la vicinanza di chi era con lui prima della tragedia».
Da «Il soffio del gallo forcello» in poi, nei suoi libri tornano il lutto, la montagna, gli uomini freddi ed essenziali di un mondo che quasi non esiste più. Con «Felice» ha chiuso un cerchio?
«Il cerchio, per me, era chiuso molti libri fa. Borges diceva che alla fine uno non fa altro che ripetere la stessa storia. È vero, le mie storie appartengono allo stesso filone, ma non sai mai quale dettaglio nuovo troverai. In questo libro ci sono ancora il bosco e la montagna, ma sono arrivato a un punto del mio percorso in cui cerco memorie di ciò che non c’è più, senza nostalgia. Un libro dovrebbe rendere partecipe chi legge. «Ho avuto anch’io le stesse disgrazie, ma si può resistere».
Com’è stato, in questi sessant’anni senza di lui, il dialogo fra lei e suo fratello?
«Difficilissimo, ma dovevo cercare questa figura che mi aveva messo al tappeto. Faccio tanti sogni orrendi, che si ripetono quasi ogni notte, ma soltanto un po’ di tempo fa ho iniziato a sognare lui… Era lì, in silenzio, mi guardava come se mi chiedesse qualcosa. Allora ho ricostruito le nostre vite e questo mi ha permesso di avvicinarmi a lui senza più nascondermi».
Fra la montagna e la scrittura, che cosa l’ha davvero salvata di più in questi anni?
«La montagna mi crea dubbi, mi fa paura. Siccome non mi sono mai piaciuto non riesco a pacificarmi. In pubblico recito una parte, quando scalo non riesco a togliermi i pensieri: penso alla morte, alla malattia, anche alla terribile malattia delle mie figlie, oggi guarite, per fortuna. Nemmeno scolpire mi libera. Quando scrivo, invece, non ci sono più. Sandor Marai sosteneva che la scrittura è l’ottanta per cento vanità e il venti per cento qualcuno che ti suggerisce. E mentre quel qualcuno suggerisce, io non esisto più».
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