Paola Caridi, l’Occidente che guarda a Gaza
La saggista con Tomaso Montanari sul palco della chiesa di San Francesco a Udine. «Negli ultimi tre anni scardinato il nostro senso delle libertà, dei diritti e dei valori»

«Perché nessun nome bisogna dimenticare, degli uccisi e dei sommersi nel genocidio palestinese, a Gaza». Così scriveva nel 2025 Paola Caridi nel suo Sudari. Elegia per Gaza (Feltrinelli) restituendo voce non solo ai morti ma anche responsabilità ai vivi. Lunedì 4 maggio, alle 21, a Udine, nella chiesa di San Francesco rinnoverà a Vicino/lontano l’appello alle nostre coscienze attraverso “Specchi. Gaza e noi”, dialogo teatrale in forma di studio, scritto e interpretato dalla saggista e giornalista insieme allo storico dell’arte Tomaso Montanari, con la partecipazione del cantautore e scrittore Nabil Bey Salameh e prodotto dalla Fondazione Giangiacomo Feltrinelli.
Caridi, già nel titolo intuiamo il senso di un evento che ci riguarda. Ci aiuta ad entrare in connessione con quanto vedremo sul palco?
«Noi perché è un dialogo tra due persone che hanno vite diverse, soprattutto rispetto a Gaza: chi ci è stata come me e chi non l’ha mai vista come Tomaso. Ma è un dialogo che comprende una terza persona, Nabil Bey Salameh, la voce palestinese. Non avremmo potuto fare quello che abbiamo fatto senza. Sarebbe stata appropriazione, una lettura molto distante, senza sentire i protagonisti, le vittime. Nabil è autore delle musiche, di alcune poesie ed è anche la voce di poesie di altri poeti palestinesi. Il nostro dialogo è un intreccio. Un epistolario che ci siamo scambiati per email, che si fonda su una amicizia solida e su quanto fatto in questi anni. Poi c’è un noi “largo” che è noi che siamo in Italia, noi che siamo in Occidente che guardiamo Gaza. Qui entra in gioco lo specchio in un preciso episodio che viene svelato durante il dialogo. Come ti cambia il genocidio? Come eri prima del 7 ottobre 2023, come reagisci al fatto che non potrai più tornare a come eri prima e in più vediamo riflessa l’immagine dei Palestinesi di Gaza, cosa stanno facendo gli Israeliani in Cisgiordania, ma anche nel sud del Libano dove ci sono i Palestinesi della diaspora. Proviamo a leggere Gaza riportando il centro su chi è complice del genocidio, come siamo noi, corresponsabili».
Quali categorie del nostro mondo sono state scardinate in questi ultimi tre anni?
«Molte. Direi il nostro senso delle libertà e dei diritti, il senso dei valori ovvero cosa vuol dire una vita, ammazzare, arrogarsi il diritto di decidere della vita e della morte degli altri. Cosa vuol dire vivere al di fuori delle regole costituite a livello internazionale e a livello nazionale. Cosa vuol dire non prendersi responsabilità. Il genocidio di Gaza si compie perché non c’è nessuno che lo ferma, che rompe l’assedio e fa arrivare gli aiuti umanitari, a proposito della Global Sumud Flottilla e deve essere una flottiglia costituita da persone ordinarie che dicono “non è nel mio nome che io veda morire in diretta delle persone e non faccia niente”. Più che il coraggio si mette in discussione la saldezza su alcuni pilastri fondamentali del bene e del male.
La premier Giorgia Meloni in conferenza stampa dopo il Consiglio dei Ministri qualche giorno fa ha detto: “Per quello che riguarda il mio giudizio sulla Flotilla non ho cambiato molto idea, mi continua a sfuggire l’utilità di iniziative che non portano benefici alla popolazione di Gaza e in compenso danno a noi molti altri problemi da risolvere, come se non ne avessimo già a sufficienza”.
«Il problema serio è politico, non partitico ma nel senso alto della polis. Cosa significa essere cittadini? Non si può restare umani se non mettendo in discussione alcune cose che sono state compiute, anzi non compiute in questi anni. Cioè non è solamente dissenso, è anche disobbedienza, diserzione da un certo tipo di assenza di politica. Mi spiego: non si rompe l’assedio di Gaza da tre anni e noi assistiamo a un genocidio in diretta di cui abbiamo tutti gli elementi, non solo perché li vediamo grazie ai giornalisti palestinesi che sono stati ammazzati e Udine lo sa bene, il Premio Terzani lo scorso anno è stato dato alla memoria di questi uomini e donne, ma perché il genocidio lo afferma, negli atti e nelle parole. Quello che dà fastidio al governo, una parte della destra, organizzazioni al di fuori della politica, è la tenacia. In questi giorni ho riflettuto su quale parola possa indicare che cosa ha dato più fastidio: il fatto che non ci siamo mai fermati anche nei piccoli gesti che possono sembrare più di rimessa e fragili come il sudario per la pace che sta girando l’Italia. Come potevamo immaginare, quando è stato portato per la prima volta a Udine il 14 ottobre scorso, che un sudario potesse penetrare così tanto nelle coscienze?Questa tenacia è la cosa che da più fastidio anche alla Presidente del Consiglio Meloni perché vuol dire che toglie da una politica istituzionale la possibilità di fare perché quella politica istituzionale non è riuscita a fare, anzi non vuole fare».
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