Il trionfo di Fujiko di Kimura Taichi, Gelso d’oro a Yuen Woo-ping, leggenda delle arti marziali
Il terzo posto è un ex aequo che unisce generi e provenienze diverse, da Hong Kong al Vietnam

Il cinema costruisce ponti ed è un lavoro straordinario in tempi che sembrano contraddire ogni idea di futuro. Difficile trovare una sintesi più efficace di quella scelta da Yakusho Kōji ricevendo il Gelso alla Carriera dal “Far East Film Festival” numero 28: «Credo nel cinematografo come elemento di speranza».
Il Feff non è soltanto una rassegna, ma un osservatorio privilegiato sull’Asia contemporanea, capace d’intercettare le urgenze narrative e restituirle al pubblico che si conferma protagonista.
I settantamila ospiti del Giovanni da Udine e del Visionario non sono affatto un dato accessorio, bensì la chiave di lettura di un festival che dal 1999 affida agli appassionati presenti sul campo il compito di scegliere.
Senza perderci ancora in chiacchiere ecco il film che ha trionfato: si tratta di “Fujiko” di Kimura Taichi. Giusto un ripasso: l’opera è un dramma dalle tinte oniriche che segue la vita di una donna intrappolata in una realtà quotidiana soffocante, vittima di una progressiva alienazione.
a pellicola è abile nel mescolare dimensione reale e immaginaria, costruendo un racconto in cui sogni, ricordi e percezioni s’intrecciano fino a mettere in discussione ciò che è autentico. La libertà, suggerisce il film, non arriva dall’esterno, ma da un atto interiore di consapevolezza, spesso doloroso, che impone una ridefinizione radicale di sé.
Accanto a questo titolo il podio ben restituisce con chiarezza la complessità del panorama orientale. “The Seoul Guardians”, di Kim Jong-woo, Kim Shin-wan, Cho Chul-young, secondo classificato, è la cronaca tesa e attualissima di un colpo di Stato. L’opera conquista per la capacità di unire tensione narrativa e attualità, intercettando paure concrete del presente globale.
La forza del racconto risiede nella costruzione della simultaneità: decisioni prese in stanze chiuse, operazioni sul campo, reazioni della popolazione, il tutto sostenuto da un montaggio serrato e da un ritmo feroce che non concede pause.
Il terzo posto è un ex aequo che unisce generi e provenienze diverse, da Hong Kong al Vietnam, componendo un mosaico che riflette la pluralità di sguardi asiatici contemporanei. Ecco i quattro titoli che si dividono il bronzo: “Blades of the Guardians: Wind Rises in the Desert” di Yuen Woo-ping; “My Name” di Chung Ji-young; “Tunnels: Sun in the Dark” di Bui Thac Chuyen e “The King’s Warden” di Chang Hang-jun.
Una menzione a parte merita proprio la pellicola di Woo ping, autentica leggenda delle arti marziali. Il Feff gli ha consegnato l’altra sera il Gelso alla carriera poco prima delle due serratissime ore di battaglie del suo ultimo faticoso lavoro, girato in condizioni estreme con la sabbia del deserto a 60 gradi. È necessario prendere confidenza con un’ambientazione storico-avventurosa lungo rotte desertiche che ricordano la Via della Seta.
Un guerriero solitario — figura tipica dell’epica orientale — accetta una missione apparentemente semplice: scortare una persona attraverso territori ostili, in un viaggio che progressivamente mette in discussione certezze e motivazioni. Ne nasce un racconto fisico e spettacolare, sostenuto da coreografie leggibili e mai caotiche e uso dello spazio come elemento narrativo. Rispetto al wuxia più lirico, qui domina una concretezza quasi ruvida, capace di restituire al grande schermo tutta la forza primaria del gesto e del corpo.
Infine c’è un elemento tutt’altro che trascurabile e sicuramente decisivo. I giovani, gli studenti europei e i professionisti dell’industria riuniti attorno a “Focus Asia”. Se il cinematografo è un ponte, il Far East continua a dimostrare quanto sia necessario attraversarlo. Oggi più che mai. —
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