“Paîs cun figures”: Umberto Valentinis poeta della memoria

La nuova silloge edita dal Circolo culturale Menocchio Versi e prose in marilenghe e in lingua italiana
Di Rienzo Pellegrini

RIENZO PELLEGRINI. Valentinis è figura appartata e forse ritrosa, come ritroso e appartato è il suo friulano: poeta in ombra (e dell’ombra). Poesia come luogo deputato della (e per) la memoria, nella veste di una lingua a rischio, senza agganci (se non precari) con una realtà a specchio. Poesia della memoria e dell’assenza: della perdita.

Paîs cun figures affianca prose e versi in friulano, rincalzati dall’italiano. «Redazioni» o, meglio, «chiavi» distinte: più ostico, scavato, gelosamente ispido il friulano; più piano e accessibile l’italiano. E nitida appare l’alterità di poesia e prosa se si osservano Passât il puint de Santissime Trinitât e Passât il puint, Di une strade. Di paîs. Di figures e Strades blancjes (altrove l’affinità è più labile e generica). Più rattenuto, ellittico, cifrato è il modo della poesia, mentre la prosa porta alla luce il lato nascosto: il dritto e il rovescio. Ma a chiudere (senza formare un dittico almeno ideale con una prosa) è Cumiât: il sigillo è in versi.

Il viaggio a ritroso nel cerchio dell’infanzia non rimuove le coordinate storiche (filtra anche la violenza della guerra, si accampa favoloso il contatto con il ragazzo cosacco e l’estraneità della sua gente), ma le attutisce, le confina fuori scena. Il tempo della memoria, disposto allo stupore dell’avventura, è impermeabile alla dimensione del presente. Affiorano strade, case, volti, ma anche (e con finezza) il diverso modo di essere: l’estate (e il canto dell’usignolo), l’inverno, il firmamento ora soffocato e quasi nascosto. Non è una infanzia immersa nell’idillio (intreccia anche tremiti e sussulti), ma la lontananza è garanzia di perimetro rarefatto. Dove, a esorcizzare lo scoramento, si rende possibile l’abbandono confidente al ritmo delle stagioni, con le essenze vegetali che, araldicamente, le connotano: «E za al nulive il macet des primes violes scures... E pui tart las tarcetes, a trimâ te bueresine... E i ciclamins tal bosc... E al sarès tornât ancje l’Autun. E varessin vendemât la ue de piergule... E al sarès tornât l’Unviêr e Nadâl. Nol veve pui pôre...» (La puarte di daûr).

La scrittura è analitica, attenta al dettaglio: come nella pittura nordica (e come nei presepi affoltati dello stesso Valentinis). Non solo il paesaggio, con i suoi toponimi, ma anche gli interni sono inseguiti e incisi nei particolari di un filmato lento. La sintassi non è complessa: giustappone segmenti autonomi, fotogrammi che si succedono. Come nella inquadratura descrittiva: «E son za tornâts dai cjamps i cjârs cjamâts di fen. La strade e jé vueide. Par un pôc al dure odôr di fen e buiace...». E, meglio ancora, nell’ottativo scandito dal punto fermo: «Cumò al varès di vignî Unviêr parsores des ries neres ch’o scrîf. Al vares di tacâ a faliscjâ. A slargjâsi une magle blancje parsore dal grîs. Insiordîsi i sunsûrs. Ogni robe taponade».

La prosa non elude la maglia preziosa delle metafore: «Dai balcons svuarbats al faliscje…» (Dalle finestre vuote nevischia…), «il flât de gilugne si imbrucjive sù pai sfros...» (il respiro della brina si rapprendeva sugli steli...), «La piere si è sierade su la bocje dal scûr...» (La pietra è calata sulla bocca del buio…). E la lingua non respinge il termine desueto: cadastris ‘inventari’ («tai cadastris dal cûr...»), panprendi ‘merenda’, tresêf ‘presepio’, e ancora bivort, plagne, sucrit, a saldare nel lessico lo stigma della distanza, ma frequenza altissima ha la parola cjase/cjases (novanta items), a imprimere anche nella quantità il vettore cardine.

La dialettica è sottile e non univoca, ma la memoria è pervasiva, come (nella sapienza del doppio registro) in questo brano che si assume a epitome: «Il timp stât al ingjave tal timp ch’al vanze une fuesse ch’e jé intun nît, scune, cuvîl. E à la forme dal to cuarp e de tô memorie. Là tu ti pois. Tu ti insumîis di te e di cui che si insumiave di te, pierdintsi e cjatantsi...» (Il passato scava nel tempo che resta una fossa, che è insieme nido, cuna, covo. Ha la forma del tuo corpo e della tua memoria. Là ti posi. Sogni di te e di chi ti sognava, ti perdi e ti ritrovi...). E, a integrare: «I voi e viodin nome / ce ch’al è stât e al torne simpri avuâl / tai dîs de ploe lisere / e de criure, tai dîs che il cîl si siere / o si serene», nella cornice dei fenomeni naturali, che per definizione si ripetono.

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