Pane e miniere, la diaspora degli invisibili a 70 anni da Marcinelle
La ricerca di Giorgia Miazzo ricostruisce storie e rotte dei milioni di italiani costretti a emigrare nei Paesi del Centro Europa. Cercavano lavoro, persero troppo spesso la dignità. E, come nel caso del Belgio, in molti anche la vita

Treni gremiti, fagotti di cibarie, le tenebre dei pozzi, il soffocante odore del carbone, una foto di famiglia nel taschino. Le figure invisibili che hanno scritto la storia più autentica, rimossa da una restaurazione culturale classista. I protagonisti di "Migrazioni italiane in Europa", la nuova ricerca di Giorgia Miazzo (editoriale Programma, pp. 193) che indaga i flussi e la nascita delle colonie di espatriati in Belgio, Francia, Svizzera, Germania. Una diaspora lunga un secolo, dall’Unità al boom degli anni Sessanta, trenta milioni di uomini e donne sciamati nel continente e nelle Americhe. Condizioni disumane, fatica e umiliazioni in un lento processo di redenzione che trasformerà l'abbrutita forza lavoro in cittadini consapevoli. Miniere e cantieri, dighe e trafori, fabbriche e cave: una via crucis simboleggiata da Marcinelle - ricorre oggi il settantesimo della catastrofe - scandita dalle tragedie impunite e dimenticate a Robiei-Stabiascio, Courrières, San Gottardo e Sempione, Mattmark e Izourt.
Il regno belga, allora. Terra promessa tra 1880 e 1939, nella prima ondata alimentata da esplosione demografica, epidemie, crollo dei redditi agricoli, tassazione vorace. Epicentro industriale e minerario nel secondo, convulso, dopoguerra. Corre il 1946 quando Alcide De Gasperi, a capo di un Paese stremato e impoverito, sottoscrive a malincuore il protocollo ribattezzato "pane e carbone". Bruxelles (che per due anni ha trattenuto i prigionieri tedeschi nei campi di lavoro) garantirà 200 chili "scontati" di combustibile al giorno per ogni minatore italiano assoldato e Roma ne fornirà almeno 50 mila, raddoppiati in breve tempo e saliti a 300 mila nel censimento del 1970. Speranze di riscatto, svanite in breve tra baracche in legno e lamiera, salario a cottimo, xenofobia diffusa - l'epiteto sprezzante “rital” - sicurezza inesistente. Fino alle 8.10 dell'8 agosto 1956, il giorno dell'apocalisse nella miniera Bois du Cazier a Marcinelle, sobborgo di Charleroi, dove un vagoncino traballante sul montacarichi urta una trave d'acciaio generando una reazione a catena che trancia condutture, cavo dell'alta tensione, tubazioni dell'aria compressa.

Le scintille incendiano l'olio minerale, le fiamme raggiungono i mille metri di profondità. In un baleno il fuoco e il fumo strappano la vita a 262 operai. Appena 12 scampano alla morte. Il bilancio delle vittime conta 136 italiani (la comunità più numerosa), giunti da ogni regione. Abruzzesi e pugliesi, anzitutto, molti gli emiliani, pesante il tributo del Nordest. Cinque i veneti deceduti: Giuseppe Casanova (Montebelluna), Giuseppe Corso (Montorio Veronese), Dino Della Vecchia (Sedico), Mario Piccin (Codogné), Giuseppe Polese (Cimadolmo). Sette i friulani: Pietro Basso (Fiume Veneto), Mario Buiatti (Udine), Ruggero Castellani (Ronchis di Latisana), Lorenzo De Santis (Flaibano), Ferruccio Pegorer (Azzano Decimo), Ciro Piccolo (Povoletto), Armando Zanelli (San Giorgio di Nogaro). Nomi scolpiti nel marmo del memorial che oggi sovrasta le vecchie gallerie, divenute patrimonio Unesco e icona della Giornata europea dei caduti sul lavoro. Testimonianza di un'ecatombe che innesca una tempesta mediatica senza precedenti, culminata nella cessazione della “deportazione proletaria” - così la bollano i socialisti sull'Avanti! - che accanto a vedove, orfani e sofferenza, genera nel tempo ingenti rimesse e risparmi. Un surplus, quello trasmesso alla madrepatria dal sacrificio degli emigranti di ogni latitudine, che gli economisti reputeranno determinante nella costruzione del miracolo industriale e consumista.
Non solo Vallonia. La studiosa Miazzo ci conduce in Francia, terra di esuli politici, sfruttamento minorile (i bimbi meridionali “ceduti” alle vetrerie d'Oltralpe nel XIX secolo), nordisti in cerca di fortuna. Un'epopea in bilico tra razzismo e integrazione: le aggressioni di fine Ottocento agli stagionali tra Marsiglia ad Aigues-Mortes, la distensione favorita da «condivisione di stili di vita, assonanze linguistiche, tradizioni analoghe»; il successo dei “macaronis” nel commercio ambulante e nell'artigianato. Tra le pagine drammatiche, la spaventosa esplosione mineraria del 1906 a Courréres (1099 morti, inclusi 200 italiani) e la tromba d'aria del 1939 sulla diga di Izourt, nei Pirenei, che travolge 29 lavoranti italiani, originari perlopiù di Vicenza, Belluno, Pordenone e Udine; nell'occasione, la società idroelettrica rifiuta di farsi carico del rimpatrio delle salme, sepolte così nel cimitero del villaggio.
Pane e cioccolata: uscita indenne dal secondo conflitto mondiale, la Svizzera assorbe la metà dell'emigrazione italiana intraeuropea. Sterratori, manovali, braccia destinate alle ferrovie, operaie tessili e domestiche: a regolare l'afflusso, l'accordo bilaterale del 1948; egualitario in teoria, disatteso nella realtà, tanto da condannare i connazionali (dapprima settentrionali, poi sudisti, fino a superare il milione di presenze) a condizioni degradanti, aggravate dal divieto di ricongiungimento familiare, con i bambini introdotti clandestinamente e segregati in casa, anche per anni.
Last but not least, la Germania, che al giorno d'oggi conta 850 mila italiani oriundi o iscritti all'Aire, seconda comunità straniera dopo quella turca. Ondate che si susseguono, dal Terzo Reich alla ricostruzione postbellica, favorite dalla libertà di circolazione sancita nel 1957 dal Trattato di Roma, calamitate in larga parte dall'industria automobilistica (Baviera, Baden-Wuerttemberg, Assia) e dalla ristorazione. Il picco? Nel 1962, ben 117.427 gli arrivi documentati, accolti da stereotipi allusivi alle abitudini alimentari (Spaghettifresser) o alla prolificità (Katzelmacher, fabbricanti di gattini). Che altro? In appendice, il volume riserva due interviste-verità. A Ilvana Piccin, orfana del citato Mario; e alla figlia di Ercole Gregorutti, friulano di Cassacco: la morte del padre, a Izourt, coincise con la sua nascita, perciò fu chiamata Ercolina.
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