L’orgoglio italiano l’8 settembre a Tarvisio Il primo segnale della resistenza ai nazisti
luciano santin
Notte dell’8 settembre 1943. I nazisti intimano la consegna delle armi alla Guardia alla Frontiera di Tarvisio, i soldati italiani ingaggiano uno scontro a fuoco, e così avviene al municipio, dove la centralinista Luigia Picech resta al suo posto, assicurando i contatti con i comandi. Al colonnello Jon, che chiede aiuti e ordini, viene detto di comportarsi «secondo quanto gli suggerisce di fatto la situazione». Alla fine gli italiani si arrendono, lasciando 26 morti sul terreno. Alla Picech verrà poi conferita la medaglia d’argento.
L’episodio, di cui è prossimo il settantacinquennale, è uno dei tanti casi annotati in “Tedeschi al confine orientale”, di Raimondo Domenig (ed Aviani) e presentato ieri a Malborghetto. Il libro, che fa parte di una trilogia (con “Italiani al confine orientale” e “Alleati al confine orientale”), ricostruisce gli accadimenti valcanalesi dall’autunno del ’43 all’aprile del ’45, citando un’ampia messe di documenti (incluso un corposo corredo iconografico), e allineando un gran numero di testimonianze.
Queste ultime non di rado divergono, stante la soggettività dei diversi vissuti, e, come avverte l’autore, «si differenziano in maniera incisiva dai canoni di comprensione tradizionali utilizzati in ambito italiano», illustrando anche «le pulsioni che segnarono la società civile locale, divisa tra ideologie, aspirazioni nazionalistiche, difficoltà psicologiche, materiali, di relazione e di comunicazione».
Poche altre parti d’Europa hanno infatti registrato la complessità di vettori della Kanaltal di allora, teatro di uno scontro tra tre identità nazionali e tre ideologie, con tragici equivoci favoriti dal ricordo delle “opzioni” e dell’illuminato paternalismo asburgica: uno scenario devastato su cui calerà poi la “cortina di ferro”.
La zona, ritorna de facto Carinzia meridionale, scorporata dalla Provinz Friaul, anch’essa facile da separare dal Regno, - annota il commissario supremo per l’Adriatisches Küstenland Friedrich Rainer - contando, «oltre a 200 mila sloveni, 100 mila italiani e 400 mila friulani, diversi da questi per razza e lingua».
Il racconto della guerra è materiato di morti, di rappresaglie, di efferatezze come Strmic e Malga Bala. Ma affiora, nei ricordi personali, la forza di un’umanità sempre capace di germinare: l’ufficiale tedesco e la giovane ebrea in fuga d’amore, il pianto generale alle note di Stille Nacht, la popolazione di Podkoren che media con i partigiani salvando dei soldati tedeschi, il maggiore medico fattosi trasferire dal lager al fronte («Non potete immaginare quel che mi hanno fatto fare»). E ampio spazio è dedicato alle donne, dalle collaborazioniste alle “ragazze piangenti” che assaltavano i treni per aiutare i prigionieri, a quelle di piacere che raccomandavano ai clienti italiani: «Sabotate i tedeschi; vi manteniamo noi».
Alla fine, un’immagine luminosa: l’aereo che sorvola la valle, e non è “Pippo”, ma un ricognitore che traccia nel cielo la scritta “pax”. —
Riproduzione riservata © Messaggero Veneto








