Il ritorno dei Litfiba in Fvg: «Il nostro urlo rock-wave contro chi nega il passato»

La band di Piero Pelù martedì a Palmanova a 40 anni esatti dall’uscita dell’album 17 Re: «Nel nostro tour non ci sono schermi nè effetti speciali. Da sempre portiamo sul palco solo l’energia pura della musica»

Elisa Russo
I Litfiba martedì a Palmanova
I Litfiba martedì a Palmanova

 

Era il 1986, in piena ondata new wave, quando usciva il secondo album dei Litfiba, “17 Re” «Un disco molto complesso – ricorda la band fiorentina – con influenze musicali paurose che vanno dal punk al rock classico alla darkwave e etnowave». Assieme al precedente “Desaparecido” e al successivo “Litfiba 3” forma la “Trilogia del potere” che raccoglie molte delle canzoni più importanti della loro storia. O meglio, di quel primo irripetibile corso, perché poi, entrando nei ’90, il batterista Ringo De Palma muore a 26 anni, la formazione cambia e i Litfiba si spostano sulle sonorità più rock, che da “El diablo” in avanti hanno cavalcato con grande successo.

Per “Quarant’anni di 17 Re – Tour 2026” (e a novembre uscirà un live album), si è riunita la line up degli inizi – Piero Pelù alla voce, Ghigo Renzulli alla chitarra, Antonio Aiazzi alle tastiere e Gianni Maroccolo al basso – a cui si aggiunge Luca Martelli alla batteria. Tra le venti date estive, l’unica tappa del Friuli Venezia Giulia è martedì alle 21 in Piazza Grande a Palmanova, organizzata da Zenit Srl, in collaborazione con Regione, Città di Palmanova e PromoTurismoFvg, inclusa in “Estate di Stelle”.

I Litfiba, fin dagli esordi, hanno coltivato un rapporto stretto con il Friuli: dalla prima assoluta nell‘82 all’Auditorium Zanon di Udine, alla data leggendaria al Teatro Tenda di Buia nell’85, mentre al Palasport di Trieste sarebbero passati più volte nei ’90, e poi Lignano, Pordenone, Majano… «Più conosco il Friuli – osserva Pelù – e più me ne innamoro. È una terra fantastica, meravigliosa. I fiumi carsici, il mare, le coste sono inarrivabili per bellezza. Trieste è la capitale della festa, confesso che ci vengo quando posso».

Con grande stupore dei fan, vi siete ritrovati per il quarantesimo anniversario di “17 Re”: com’è nata la decisione?

«Sapevamo di questa ricorrenza che si avvicinava e c’è stato qualcuno che ci ha convinto. Quel modo di fare musica ancora oggi evidentemente ha un senso, e non ce lo diciamo da soli, per fortuna ce l’hanno detto le vendite e le presenze del tour, o il fatto che le prime stampe dell’edizione speciale del 45 giri di “17 Re” sono andate sold out in quattro ore».

Vi riferite al brano, uscito ad aprile, che avrebbe dovuto dare il titolo al disco: all’epoca misteriosamente non fu inserito. Come mai?

«Nel nostro piccolo, possiamo dire che il singolo “17 Re” è come l’Opera del Duomo di Firenze che ci ha messo un secolo e mezzo a realizzarsi. Noi per fare una canzone abbiamo impiegato quarant’anni, senza perdere mai la speranza e siamo convinti che rimarrà in piedi come il Cupolone. All’epoca non eravamo convinti dell’arrangiamento né del ritmo. Quello che abbiamo realizzato adesso è una versione più rock, in sintonia con noi stessi e con i tempi odierni, un urlo rock-wave contro chi vuole cancellare il peso degli errori tragici del nostro passato, per un riscatto sofferto del valore assoluto della pace».

Compresa Palmanova, mancano solo tre date a fine tournée. Vi aspettavate questo riscontro?

«Significa tanto per noi, perché vuol dire che in un momento in cui facevamo le cose in maniera totalmente artistica, senza calcolare nessun tornaconto economico futuro e nemmeno presente, stavamo costruendo qualcosa di duraturo, perché dopo 40 anni abbiamo questo riconoscimento da parte del pubblico e lo ringraziamo tanto. Forse, in un periodo di intelligenza artificiale e dove l’abitudine delle basi preregistrate anche nei live è diffusa, il fatto che ci sia qualcuno che suona veramente conquista. Nel nostro tour non ci sono schermi, né effetti speciali. Portiamo l’energia pura del rock, come abbiamo sempre fatto».

In scaletta includete anche altri vostri classici degli ’80 come “Istanbul”, “Santiago”, “Eroi nel vento”, “La preda”, “Tex” e “Cangaceiro” vero?

«Sì. E soprattutto per la prima volta suoniamo tutte le canzoni di “17 Re”, con l’aggiunta della title-track che è il pezzo manifesto di quel lavoro e lo si percepiva già dallo stralcio di testo che andò nel libretto, attualizzata per raccontare la spietatezza dei King Kong globali nelle stanze dei bottoni, meritevoli solo di uno shah-mat, lo scacco matto di persiana cultura».

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