L'ascesa e la caduta del pianificatore di Stalin: il saggio di Giovanni Cadioli finalista al Premio Friuli Storia
Il pianificatore ripercorre la storia di Voznesenskij, artefice dell'economia bellica sovietica vittima delle purghe del 1950. Il ritratto delle contraddizioni del sistema URSS

VALERIO MARCHI
Il ritratto
Con Il pianificatore. Economia, politica e potere in Urss(il Mulino), di Giovanni Cadioli, iniziamo a presentare i tre saggi finalisti del Premio Friuli Storia, organizzato dal Circolo della Storia di Udine.
Giovanni Cadioli è ricercatore all’Università degli Studi di Padova, dove insegna Storia dell’Unione Sovietica. I suoi studi e le sue pubblicazioni concernono l’Urss e la storia ambientale della Prima guerra mondiale.
Il pianificatore di Cadioli è Nikolaj Alekseevič Voznesenskij, ma in molti si chiederanno: chi era costui? Già, perché nella storia accade che nomi sconosciuti, o quanto meno poco noti ai più, abbiano svolto ruoli cruciali. Nel nostro caso, si tratta di un perno centrale della leadership suprema staliniana, il capo pianificatore dell’Urss tra il 1938 e il 1949, protagonista, durante la Seconda guerra mondiale, del processo di organizzazione del fronte interno, decisivo per la vittoria sulla Germania nazista. La sua impetuosa parabola ascendente, sospinta – scrive Cadioli – da «capacità fisiche e mentali fuori dal comune», spese nella totale dedizione al Partito e alla guida del paese (per lui si trattava infatti «di una missione, di un compito assoluto»), lo portò fino ad essere considerato da Stalin un suo potenziale successore alla carica di Presidente del SovMin (il Consiglio dei ministri).
Per ripercorrere la «spettacolare ascesa» di Voznesenskij e la sua drammatica caduta, determinata da un intrigo politico creato ad arte dai suoi rivali all’interno della leadership staliniana, l’autore si è avvalso sia di decenni di storiografia internazionale sia di una notevole base archivistica di documenti primari originali, sviluppando peraltro – lo dichiara egli stesso – «una certa empatia» con il protagonista: il che è comprensibile, considerando i «dodici anni trascorsi in sua compagnia, attraverso lo studio della sua figura e del suo destino».
Nel 1950 Voznesenskij, artefice e vittima di intricate realtà politiche ed economiche, fu l’ultimo membro del Politbjuro (il bureau politico del Comitato centrale del Partito) ad essere giustiziato, durante l’ultima grande “purga”. L’eliminazione, da parte di Stalin, dell’uomo che egli stesso aveva definito un suo delfino, è emblematica – osserva Cadioli – sia delle «profonde contraddizioni insite nell’economia di comando» sia del fatto che all’indomani della guerra il carattere fondamentale dello stalinismo non era cambiato: la biografia di Voznesenskij offre così «uno specchio nel quale si riflettono le dinamiche e le storture fondamentali del sistema sovietico».
In particolare, l’autore scrive che in URSS esisteva, sì, «un apparato economico gigantesco dedito a tentare di pianificare l’economia», sorretto da «un’incrollabile fede nella superiorità del piano sul mercato», accompagnata da «continui sforzi di pianificazione»; nondimeno – continua – «questi sforzi non riuscirono mai a creare un sistema effettivamente pianificato», giacché la gestione fu approssimativa e gli strumenti amministrativi «incapaci di garantire la coerenza interna e l’efficienza che il sistema avrebbe dovuto offrire».
Più che un’economia pianificata, dunque, Cadioli descrive un’economia di comando che «si trasformò in un sistema strutturalmente incline a inefficienze, sprechi e cattiva gestione», basato non tanto su un ampio studio del presente e sui dati economici del passato, per indirizzare lo sviluppo grazie ad un’assoluta scientificità dell’analisi economica, quanto su «un’affannosa gestione delle necessità immediate, con l’obiettivo di coordinare l’economia attraverso ordini più o meno razionali emessi dalla dirigenza suprema».
Per quanto imperfetta, siffatta pianificazione, rimasta «metaforicamente sepolta sotto le macerie del Muro di Berlino», ha dato vita alla più organizzata e internamente coerente alternativa strutturale e sistemica al capitalismo, portando l’URSS, al prezzo di un enorme costo umano, al livello di grande potenza, alla più grande vittoria alleata nel secondo conflitto mondiale e alla creazione di un modello per quei paesi che, dopo aver subito per decenni un’economia imperialistica, intraprendevano la strada della decolonizzazione.
Si tratta – è evidente – di un argomento delicato e complesso, che non può non suscitare riflessioni e dibattiti fra storici e appassionati e che aiuta anche a «confrontarsi con questioni tornate all’ordine del giorno».
Riproduzione riservata © Messaggero Veneto








