La supplica del conte di Toppo: a Udine il treno dell’imperatore

Il direttore della Joppi pubblica la storia della ferrovia e scopre la missiva del 1844 Il 21 luglio 1860, alle 6.20, la prima fermata. La città visse l’evento sotto tono
Di Paolo Medeossi

PAOLO MEDEOSSI. A metà Ottocento la costruzione di una ferrovia era questione di “vita e di morte” per le città che chiedevano di ospitare il suo passaggio. Erano tempi di sviluppo, di progresso, nei quali si doveva inventare dal nulla il tracciato determinando cosí i destini futuri di un luogo e di una regione.

Solo Udine sembrava distratta e disattenta rispetto a tale tematica che altrove era oggetto di infinite discussioni e grandi patemi. Eppure la scelta su dove fare la stazione (piccola e modesta, alla fine venne collocata dov’è adesso, lontana dal cuore cittadino di allora) è uno dei nodi urbanistici piú importanti in tutta la sua storia. Una storia che comincia con un atto pubblico, ora ritrovato e reso noto: è una supplica inviata dai nobili piú in vista, con in testa il leggendario conte Francesco di Toppo, per chiedere a Vienna di far transitare dalle nostre parti la linea “Veneto-Illirica” che doveva collegare la capitale austriaca a Milano, rispetto ad altri percorsi piú in sintonia con le esigenze di Venezia.

Tale petizione, spedita al vicerè Giuseppe Ranieri d’Asburgo, risale al 1844, ma già otto anni prima (e qui sta la sorpresa) una decisa sollecitazione a favore di Udine era stata fatta da autorevoli nomi dell’imprenditoria triestina. Una volta tanto le esigenze e le prospettive delle due città, alle prese con le ben note rivalità, alle volte autentiche “baruffe chiozzotte”, coincidevano assolutamente e anzi era stato il mondo giuliano a spendere parole di peso affinché con un po’ di ritardo, il 10 ottobre 1852, l'imperatore Francesco Giuseppe in persona decretasse che la strada ferrata doveva accostarsi a Udine. Va considerato che questo dibattito si svolse in anni delicatissimi, attorno al famoso 1848, e c’era il timore da parte della vigile polizia asburgica che il treno, velocizzando i contatti e gli spostamenti, costituisse un elemento di pericolosa propaganda fra i patrioti del Risorgimento italiano. Tappe difficili, complesse, che come risultato sfociarono nell’arrivo della ferrovia a Udine il 21 luglio 1860, ma ciò accadde senza alcun clamore.

Udine visse sotto tono l’avvenimento, un po’ indifferente o quasi esausta dopo una serie di suppliche e relazioni tecniche, come si legge in una breve corrispondenza giornalistica dove si dice: «Oggi si compí uno dei nostri voti piú cari, cioè l’unione per la città di Udine alle altre città sorelle. Annunciamo dunque con gioia la prima corsa regolare a servigio del pubblico, che avvenne questa mattina ore 6.20». L’articoletto ricordava poi gli orari: tre partenze giornaliere (alle 6.20, 12.50 e 16.22) e tre arrivi da Casarsa. Tutto qui, la retorica celebrativa tacque e del resto troppe erano le condizioni che impedivano qualcosa di piú sostanzioso: il conflitto da poco concluso tra Regno di Sardegna e Austria passato alla storia come seconda guerra di indipendenza, l’acuirsi dell’attività di censura e di polizia, il mal risolto problema dell’accesso cittadino alla stazione, fonte di inesauribili polemiche dentro e fuori l’amministrazione comunale. In poche parole, un romanzone, tra protagonisti dimenticati e vicende capaci di gettare luce inedita sull’Ottocento di casa nostra prima del cruciale passaggio dagli Asburgo ai Savoia, che sarebbero arrivati nel 1866.

Questi i punti cardinali tra i quali aggirarsi per conoscere un capitolo decisivo. Per saperne di piú c’è un nuovo densissimo libro, scritto da Romano Vecchiet, dal 1991 direttore della Biblioteca civica Joppi di Udine, che continua cosí la sua opera di analisi divulgativa su un tema che lo affascina da sempre e narrato già in tanti volumi. Ora presenta “Il primo treno di Udine 1836-1866. Una rassegna di fonti e documenti”, edito per la collana dei Quaderni della Biblioteca, e dunque non un’edizione in commercio, ma disponibile rivolgendosi alla stessa Joppi.

Stavolta Vecchiet guida e orienta il lettore, come una sorta di Virgilio, tra carte, articoli, petizioni, relazioni, in cui è racchiusa questa storia ferroviaria partendo da una scoperta, fatta a pochi passi dal suo ufficio. La supplica redatta nel 1844 dai probi cittadini guidati dal conte di Toppo è spuntata fuori dal Fondo Joppi, conservato a casa Andriotti di riva Bartolini. Il ritrovamento ha dato avvio a tutta la ricerca che si è snodata in maniera organica, come in un puzzle dove le tessere finiscono al loro posto, fra gli archivi di Venezia, Milano e Vienna. Lo scopo dichiarato è di introdurre, negli studi sulla storia delle infrastrutture e dei trasporti su rotaia, una metodologia e un rigore basati sulle fonti autentiche e non su rimasticature di cose scritte da altri.

Il libro di Vecchiet è una manna per i cultori di cose ferroviarie e cittadine, ma è consigliabile in generale ai lettori appassionati che vogliono inoltrarsi su terreni inediti. Tutti da assaporare sono a esempio gli articoli che, auspicando la ferrovia, narravano com’era Udine a quel tempo. Emerge un dato curioso sull’inerzia delle istituzioni e della stampa locale, accusata di occuparsi troppo di frivolezze piuttosto che di un argomento strategico come il treno.

Non era il caso del giornalista Pacifico Valussi, uno dei pochi a battersi con vigore e conoscenza. Solo un matto, diceva, poteva immaginare di far passare i binari lontano da Udine. Ma anche quel mondo era pieno di matti e rischi. Battaglia comunque vinta alla fine, con fatica e pazienza. Piccola epopea che adesso è diventata un racconto.

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