La fortezza invisibile e in un colpo d’occhio capisci il Rinascimento

Cosí il famoso architetto francese sbalordito esaltò Palmanova. Domani a Udine il saggio di Francesco Paolo Fiore

UDINE. I veneziani erano gente seria, un insieme di irriducibili naviganti, affaristi e commercianti. Disciplinati dalle avversità, seppero creare dal nulla una città di fantasia e grazia squisita.

L’architettura di una nazione, disse John Ruskin (che ci raccontò tutto nello stupendo libro “Le pietre di Venezia”), rispecchia con cura la vita morale propria di un popolo e la domanda giusta da porre riguardo a ogni ornamento è semplicemente la seguente: questi palazzi, queste case, queste piazze furono davvero fatti con gioia? Era felice l’esecutore mentre si poneva all’opera?

Interrogativi strani, originali, certo, ma che contengono molta suggestione se pensiamo a quello che la Serenissima ci ha lasciato nei suoi quattordici secoli di vita, dei quali mille dedicati coraggiosamente alla costruzione del mito e gli altri alla gestione del tramonto.

E se pensiamo in particolare a un suo preziosissimo gioiello, un bene conosciuto e amato, ma non nella misura che meriterebbe. La fortezza di Palmanova venne indicata da Le Corbusier, nel suo “Urbanisme” del 1925, come la città emblematica e simbolo capace in una immagine, in un colpo d’occhio complessivo, di spiegarci cos’è stato il Rinascimento.

Non solo la cinta bastionata rappresenta il miglior frutto delle esperienze belliche e internazionali accumulate dai fervidi ideatori, ma l’intera fondazione veneziana e il suo impianto radiale costituiscono il traguardo di una lunga ricerca sulla forma perfetta, e Palmanova lo è: una perfezione arrivata fino a noi dopo oltre quattro secoli, e che adesso sappiamo difendere e tutelare con difficoltà, imbrigliati da mille vincoli e aspetti procedurali.

Se questa fortezza (facciamo un banale esempio) fosse una sorta di astronave e sbarcasse in mondi piú sprovvisti di patrimonio culturale e architettonico, ma maggiormente sensibili su tali aspetti, come in Germania o negli Stati Uniti per andare piú lontano, diverrebbe senz’altro un’attrazione planetaria unica.

Nell’Italia dalla grande straripante (e scomoda) Bellezza, rappresenta invece quasi un problema, un caso da studiare, attorno al quale (come sta succedendo di questi tempi, dopo gli allarmi delle varie emergenze) convocare le energie migliori e piú appassionate.

Tutto questo significa che, al di là dell’attenzione e dell’impegno dimostrati da amministratori, cittadini, esperti e fan vari (spessissimo stranieri), non esiste una autentica, diffusa, accorta presa di coscienza su cosa Venezia ci ha lasciato lí, in quel pezzo di pianura friulana, fra Udine e il mare.

Qualcuno, come l’architetto Luciano Di Sopra, l’ha poeticamente definita «la città invisibile» perché, quando venne costruita, con scopi militari di dissuasione a protezione della Piccola Patria, non doveva essere percepita e dunque vista dall’eventuale nemico in avvicinamento.

Suggestivo il concetto della “città invisibile”, che vale tutt’ora, se ci pensate. Per comprendere bene cosa sia il magnetico fascino di un luogo simile, inventato dall’uomo, è necessario guardare le immagini scattate dall’aereo. Solo cosí ci si immerge nella armonica rigorosità di una geometria che incanta.

Restando con i piedi a terra si vedono le mura, i bastioni, le porte monumentali, ma il piatto forte è il colpo d’occhio d’insieme. Allora un banale pensiero: con i mezzi e gli strumenti disponibili al giorno d’oggi, possibile che non esista una sorta di “ascensore” che faccia salire i visitatori a qualche decina di metri per ammirare ciò che si può fare solo con foto aeree? Un pallone aerostatico o qualcosa del genere, ancorato in piazza Grande e abbinato a un luogo nei pressi, che racconti in maniera multimediale e agile come è nato questo pianeta eccezionale.

Forse la vera scoperta di Palmanova deve ancora cominciare, ma i momenti di crisi servono a questo, cioè ad affinare la mente e a far volare la fantasia, che è sempre il modo migliore e meno costoso per risolvere i problemi e lasciare un segno. Le vicende veneziane, se studiate adeguatamente, forniscono tanti esempi in proposito e lo è in particolare la nostra fortezza, uno dei principali simboli lasciati dalla Serenissima in terraferma.

Parliamo di tutto questo perché il tema è attualissimo dopo il recente allarme per alcuni crolli nei bastioni. Il Comune guidato dal sindaco Francesco Martines ha lanciato il suo grido, raccolto da piú parti, come è avvenuto con il convegno alla presenza di Vittorio Sgarbi e del direttore del Messaggero Veneto, Tommaso Cerno.

Da Roma sono arrivate le prime risposte ministeriali per agire nel concreto: staremo a vedere. Intanto altro appuntamento domani, giovedí 19 febbraio, alle 10, nella sala Valduga della Camera di commercio di Udine, dove sarà presentato il volume “L’architettura militare di Venezia in terraferma e in Adriatico fra XVI e XVII secolo”, a cura di Francesco Paolo Fiore e pubblicato dall’editore Olschki di Firenze, che propone gli atti del convegno internazionale svoltosi nel novembre 2013 quando si lanciò la candidatura di Palmanova nel sito transfrontaliero dell’Unesco con altre fortificazioni veneziane, da Bergamo fino alla dalmata Cattaro, dove c’è Perasto, luogo di culto per tutti i filo-Serenissima.

Nel volume (realizzato con il contributo di Comune, Regione, ministero dei Beni culturali, università La Sapienza, Unioncamere e Camera di commercio), è narrata nei dettagli la straordinaria vicenda di perché e come nacque la fortezza stellata a nove punte: pagine da leggere come un romanzo, tra personaggi, sorprese e riferimenti capaci di catturare l’attenzione di tutti.

Nel capitolo firmato da Antonio Manno si spiegano cosí i motivi all’origine della scelta e i dubbi che la accompagnarono: «Le istituzioni veneziane, oscillando fra utopia, ragione politica e militare, fornirono una risposta a non facili interrogativi di carattere interno. Assecondare la nobiltà locale rinnovando le difese di Udine o erigere una nuova fortezza? Costruire una città nuova in grado di cambiare la fisionomia della regione oppure una semplice macchina militare da impiegare solo in caso di guerra? La risposta, maturata dopo numerosi consulti e discussioni tecniche e politiche, fu chiara: costruire una città-fortezza incuneata fra i possedimenti dell’arciduca d’Austria, abbastanza vicina al mare per ricevere eventuali soccorsi e localizzata in modo da impedire penetrazioni nemiche verso Treviso e la laguna. La nuova fortezza di Palma rappresentò per Venezia l’impresa urbanistica piú impegnativa della sua storia, sia in termini organizzativi sia economici».

Sciolti i nodi, esaminati collegialmente i dettagli come si usava fare al tempo della Serenissima per garantire ovunque si posasse il suo sguardo una omogeneità architettonica (il che è alla base d’uno stile unico e tutt’ora bellissimo), ai primi dell’autunno 1593 arrivarono a Strassoldo i provveditori veneti che dovevano scegliere il punto dove scavare e costruire.

Ci misero poco tempo, solo una settimana, e la data ufficiale di fondazione è quella del 7 ottobre, Santa Giustina, ricorrenza della vittoria navale a Lepanto nel 1571. Si sa che la fortezza ebbe tanti papà, in quanto piú tecnici intervennero nel progetto, ma il nome che spicca è quello di un friulano di Osoppo, Giulio Savorgnan, reduce da un’analoga impresa a Nicosia.

I suoi resti sono poi tornati a casa, sul colle del celebre forte. Una epigrafe lo ricorda cosí: «Nascita, vita e riposo eterno, nelle fortezze e sotto il cielo». Ennesimo capitolo tratto da storie affascinanti, lí dentro trovate il Friuli.

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