L’Iran al femminile visto da Mania Akbari, la donna al volante
L’attrice del celebre film di Kiarostami sarà ospite di un evento a Spilimbergo: «Sono ancora alla guida, sono cambiate soltanto le strade». Ora vive a Londra: «Sono sfuggita alla paura, ma rimpiango il calore dell’Iran»

I cinefili ricorderanno senza dubbio “Dieci” (2002) il capolavoro di Abbas Kiarostami acclamato al Festival di Cannes. La pellicola si articola in dieci conversazioni che si svolgono nell’abitacolo di un’auto, guidata da una donna (Mania Akbari) in giro per Teheran.
Oggi, venerdì 30, alle 20.30, a Palazzo Taddea a Spilimbergo è in programma una serata sulle Pari Opportunità L’Iran al femminile organizzata dal comune con la collaborazione della Regione, organizzata da Ester Filipputti, assessore alla cultura. Il regista friulano Ferdinando Vicentini Orgnani presenterà il suo romanzo sull’Iran “Teheran senza ritorno, nonché il suo docu “L’occhio indiscreto - Lontano da Teheran”. Ospite sarà proprio Mania Akbari, iraniana, artista, attrice, regista ed esule a Londra. Molto nota in UK e nella diaspora iraniana.

Mania, il film ha più di vent’anni: che cosa resta della donna al volante per la capitale iraniana?
«Sto ancora guidando. Cerco ancora di dirigere la mia vita. “Ten”, prima di essere cinema, era la mia esperienza: le mie relazioni, la mia quotidianità. Non interpretavo un personaggio e non separo l’arte dall’esistenza: creo arte dalla vita e vita attraverso l’arte. Sono ancora quella donna al volante, sono cambiate soltanto le strade».
Quanto era rivoluzionaria quella donna? E oggi?
«La trasgressione è nella mia vita prima che sullo schermo. Avevo divorziato e mi ero risposata, rompendo le convenzioni di una società patriarcale. Volevo essere donna, madre, moglie e artista senza che una sola identità mi definisse. Ho proseguito questa ricerca in “Venti dita”, interrogando il potere nei rapporti fra uomini e donne».
Che cosa pensa delle giovani iraniane che sfidano le imposizioni sul corpo?
«Riconosco la continuità di una lotta che attraversa generazioni e confini. In Iran il patriarcato si intreccia con le interpretazioni ufficiali della religione e con le istituzioni, mentre il controllo del corpo non riguarda soltanto l’abbigliamento, ma l’autodeterminazione. Grazie alla rivoluzione digitale, le giovani conoscono altre possibilità di esistenza. Non reagiscono soltanto a una legge: rivendicano il diritto di definire la propria vita».
Che cosa le manca dell’Iran quotidiano?
«L’intensità dei rapporti umani: gli amori senza riserve, le amicizie che sanno di casa, le risate profonde. Qui a Londra forse c’è più sicurezza nelle strade, però mi manca quella sicurezza emotiva, il rifugio nella presenza dell’altro. È un paradosso: allontanarsi per sfuggire alla paura e rimpiangere quel calore. Vorrei un mondo in cui la profondità dei legami potesse convivere con la libertà, senza l’ombra della repressione».
Lasciando il suo Paese, che cosa ha guadagnato e perduto?
«Non sono emigrata alla ricerca della libertà: le circostanze hanno reso impossibile il ritorno. È stato uno sradicamento imposto. Ma in Inghilterra sono diventata nuovamente madre. Dopo tre anni di malattia oncologica, i medici mi avevano detto che non avrei più avuto figli. A quarantadue anni ho partorito».
L’arte può cambiare la società o soltanto raccontarne le ferite?
«Può trasformare la coscienza collettiva, rendere immaginabile un mondo diverso. Mi scoraggia la distanza fra le conquiste artistiche e la realtà: raccontiamo da oltre un secolo guerre e ingiustizie, che continuano a ripetersi. La capacità di rappresentare il dolore è cresciuta più di quella di impedirlo e l’arte da sola non cambia le strutture del potere; però può cambiare il nostro sguardo. Credo nel cinema come memoria critica e coscienza vigile».
Raccontare le iraniane come vittime da salvare ne cancella l’autonomia?
«Quello sguardo paternalistico ha radici coloniali e orientaliste. Contesto il cinema che trasforma la sofferenza femminile in merce culturale, assecondando le aspettative di pubblico, festival e finanziatori occidentali. Non nego l’oppressione, le iraniane producono pensiero, cultura e trasformazione sociale. La solidarietà riconosce la loro voce e il diritto di raccontarsi. L’Occidente deve imparare ad ascoltare».
Le ragazze di oggi sono più coraggiose della sua generazione?
«Il coraggio non si misura così. Ogni generazione si fonda sulle resistenze e sulle sconfitte della precedente. Cambiano i linguaggi e le possibilità di esprimersi. Oggi vediamo una manifestazione più visibile dello stesso desiderio di libertà e dignità».
Ha mai pensato che il prezzo dell’indipendenza fosse troppo alto?
«Sì. Ho perso la casa e un’appartenenza che non ho ritrovato altrove: odori, luce, spazi intrecciati alla memoria del corpo. In Inghilterra molte cose restano estranee. Eppure proprio qui è nato mio figlio, in una terra che non sento completamente mia, lui è il significato più profondo della parola casa».
Se potesse tornare a Teheran da donna libera, che cosa farebbe?
«Andrei dagli amici e dalle persone care, a ritrovare ricordi, risate e silenzi condivisi. Poi tornerei alle montagne, agli alberi, alla luce iraniana. Vorrei ricongiungere le parti di me che l’esilio ha disperso».
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