Il soggiorno friulano di Carlo Goldoni, tra studi di diritto e avventure galanti

Il commediografo soggiornò a Udine fra il 1725 e il 1726. Grazie al padre medico poteva spostarsi senza controlli

È poco noto che il commediografo veneziano Carlo Goldoni (1707-1793), nel corso della sua lunga e movimentata vita, ha trascorso tra il 1725 e il 1726 un periodo della sua giovinezza a Udine, capitale dell’allora Friuli veneto, dove ha proseguito studi di diritto interrotti a Pavia, e poi a Gorizia e Vippach (Vipacco), nel Friuli austriaco, ospite del conte Lantieri, luogotenente generale dell’imperatore Carlo VI.

L’occasione fu, come già negli anni precedenti, l’attività del padre, di professione medico, che grazie alla sua attività poté condurre con sé il figlio e provvedere alla sua istruzione in varie città venete e anche in altri stati italiani fuori dalla Repubblica di San Marco (Ducato di Modena, Ducato di Milano, Perugia e Rimini negli Stati della Chiesa).

Con una digressione, ricorderemo che Carlo Goldoni, proprio grazie alla professione del padre riuscì, per quanto si deduce dalle sue memorie, a passare senza alcuna difficoltà da uno Stato all’altro, eludendo facilmente le norme sanitarie che erano in vigore in quei tempi.

Infatti, non si hanno notizie che fosse mai sottoposto a quarantene né che avesse mai incontrato ostacoli per i certificati che dovevano attestare l’assenza di malattie contagiose nei luoghi di provenienza.

Ciononostante, lui stesso all’età di tredici anni, nel periodo in cui studiava filosofia scolastica presso i domenicani a Rimini, fu colpito da un’epidemia di vaiolo, fortunatamente benigno, e chi lo ospitava informò la famiglia solo quando fu fuori pericolo.

Tornando al suo soggiorno friulano, Carlo arrivò a Udine col padre passando per Portogruaro, allora città friulana e sede del vescovo di Concordia, dove la madre aveva alcune rendite nel palazzo della comunità, e poi attraversò a guado il Tagliamento allora privo di ponti. Nelle sue Memorie, scritte in francese a Parigi in tarda età, Goldoni si sofferma con ammirazione su questa terra, sulla storia, la cultura, l’arte e la lingua, per cui è opportuno trascrivere qualche passo:

“Il Friuli, che in Italia si dice anche «la patria del Friuli», è una provincia estesissima che va dalla Marca trevigiana fino alla Carinzia. È divisa tra la Repubblica di Venezia e gli stati austriaci, l’Isonzo la divide, e Gorizia è la capitale della parte austriaca

Non c’è provincia in Italia che possieda tanta nobiltà e nel castello d’Udine c’è una sala del Parlamento dove si riuniscono gli stati [classi sociali, ndr], privilegio unico che non esiste in nessun’altra provincia italiana. Il Friuli ha sempre fornito grandi uomini alle due nazioni: ce ne sono molti alla corte di Vienna e ce n’è nel senato veneziano. Un tempo esisteva un patriarca d’Aquileia, che risiedeva a Udine : quel patriarcato è stato soppresso recentemente e l’unica diocesi è stata divisa in due arcivescovadi, uno a Udine e l’altro a Gorizia.

Le culture sono curatissime nel Friuli, e i prodotti del suolo, sia in grano che in vino, sono abbondantissimi e di ottima qualità: è lì che si produce il Picolit, il quale imita tanto bene il Tokay, e dai vigneti di Udine Venezia ricava gran parte del vino necessario al consumo pubblico.

Il linguaggio friulano è speciale: è difficile da capire come il genovese, anche per gli italiani. Pare che quel dialetto tenga molto della lingua francese. Tutte le parole femminili che in italiano terminano in a, nel Friuli terminano in e, e tutti i plurali dei due generi terminano in s”. Goldoni si meraviglia altresì che i friulani dicano sera alla notte e notte alla sera, immaginando che Petrarca fosse passato da queste parti quando scrisse il verso “Gente in cui si fa notte innanzi sera”. Conclude rilevando, oltre alla laboriosità della gente friulana, quanto le lettere siano coltivate e la società sia “agiata e amabilissima”.

A Udine Carlo Goldoni riprende i suoi studi di diritto civile presso il celebre giureconsulto Movelli e afferma di averne cavato maggior profitto in quei sei mesi che nei tre precedenti anni a Pavia.

In quel tempo però, Goldoni si imbarca in due avventure sentimentali che gli danno più problemi che soddisfazioni. All’inizio, butta l’occhio su una bella donzella che vede in chiesa e a passeggio; lei non pare accorgersi di lui, ma la cameriera intuisce le sue intenzioni e si offre di aiutarlo facendo da mediatrice con la sua padrona. Lui allora manda alla donzella lettere e regali di valore senza ottenere risultati, finché si rende conto di essere stato imbrogliato dalla cameriera che si era tenuto tutto.

La seconda volta il rischio è ancor maggiore, con la figlia di un oste che gli dà appuntamento in camera, di notte e dicendo di essere sola. Invece, al momento giusto entra in stanza la madre che minaccia un grande scandalo se lui non promette di riparare il danno con il matrimonio.

All’istante, Carlo Goldoni promette quanto gli viene chiesto, ma il mattino seguente scappa in fretta a Gorizia, dove si trova suo padre che sta curando il conte Lantieri. Si ferma nella città austriaca e poi nella residenza del conte a Vippach per quattro mesi, adattandosi a una “tavola non delicata, ma abbondantissima” e a continui brindisi; si offre, ottenendo il gradimento dell’ospite, di rappresentare nel teatrino di corte lo spettacolo di marionette Lo starnuto d’Ercole scritto in versi dall’autore bolognese Piergiacomo Martelli.

Ha altresì la possibilità di visitare Lubiana, Graz, Trieste, Aquileia e Gradisca. Quando il conte guarisce, prende la carrozza postale di Gorizia e prega il padre di entrare nei territori veneziani attraverso Palmanova, evitando Udine per non incorrere nel pericolo del matrimonio.
 

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