Il silenzio di ottomila campane: gli imperiali ne fecero cannoni

UDINE. Nel 1918 le campane della zona perduta dall’Italia dopo Caporetto furono requisite, o per dir meglio rubate, dagli eserciti invasori: volevano trasformarle in cannoni!
Dal volumetto “Statistica delle campane asportate” (Venezia 1919), sappiamo che le 8.728 campane fatte cadere dai campanili del Veneto orientale, del Friuli e dell’Istria pesavano in totale 35 mila 396, 84 quintali.
VERSO LA VITTORIA - 4 NOVEMBRE 1918
Questi i dati riguardanti le diocesi friulane: Concordia 674 campane asportate (quintali 3.395,49), Udine 1.729 (quintali 9.100,48), Gorizia 481 (quintali 2.534,31).
Dopo l’invasione del 1917 il suono delle campane era proibito nel Friuli e nel Veneto orientale, ma dall’Archivio comunale di Buja, consultato da Mirella Comino, sappiamo che veniva utilizzato come segnale d’allarme.
L’Ordine 66 del 14 gennaio 1918 stabiliva che in caso di attacco aereo il Comando tedesco avrebbe avvertito la chiesa più vicina: le altre, udito il segnale, erano abbligate a suonare a loro volta. Con la stessa procedura sarebbe stata annunciata la fine dell’incursione.
Verso la fine di gennaio iniziarono tuttavia le requisizioni.
Uno dei primi campanili ammutoliti fu quello di Ronchis di Latisana. Seguirono; Gemona 1° febbraio, Tarcento 16; Santo Stefano di Buja 5 marzo, Clauzetto 27; Travesio 2 aprile, Vivaro 8; Cividale 3 luglio, Udine 13, e centinaia d’altri paesi. L’ultimo fu, probabilmente, Latisanotta, il 27 settembre 1918.
Le campane, cadendo, si rompevano di solito in pezzi più facili da trasportare. A Tarcento, per spezzarne una rimasta intatta furono utilizzate cinque bombe, che frantumarono anche i vetri della piazza. (Dal Diario di don Stefano Flamia, studiato da Luigi Di Lenardo).
Quei furti, ordinati dalla cattolica Austria, apparivano sacrileghi: la gente accorreva a inveire contro i militari, e a rischio di gravi sanzioni tentava di salvare il salvabile.
A Clauzetto, scrive Gianni Colledani, un frammento ornato in rilievo fu nottetempo sottratto dal mucchio e sotterrato.
Ma notevoli sono due episodi accaduti a Buja.
«I borghigiani di Ursinins Grande (…) ubriacarono le sentinelle, ritolsero le loro campane che erano in un corpo di guardia, poi le seppellirono, e cosi poterono salvarle. Naturalmente non mancarono in quell’occasione vessazioni e imprigionamenti verso diversi cittadini». (“La Patria del Friuli, 16 gennaio 1919).
Ed ecco quanto accadde a Codesio l’8 agosto: «Giungono in autocarro otto austriaci – scrisse don Giuseppe Bernardis – per portar via le spezzate campane. Un triestino mi chiede a bruciapelo: “Dove è la campana di quella Chiesetta là in fondo?”
Mi vedo perduto: certo una spia ha messo la sua lingua. Io la tenea nascosta nella speranza di salvare almeno quella, e tento tuttavia pregando e dimostrando che dovrebbero accontentarsi di quattro grandi campane, che nessuno l’avea veduta, che non era presa in nota ecc. Il triestino parla col caporale slavo. È troppo grande, mi si dice. Pesa più di 80 chili. La fame vince.
– Bene, senta, ci dà da bere e da mangiare?
– Quel poco che ho.
– Ma la nasconda subito sotterra e che nessuno sappia. Guai a noi e a lei!
Mi chiede un paio di chili di farina per la vecchia mamma che muore di fame a Trieste. Alla fin dei conti la campana è quasi comprata, ma almeno ho il conforto di dire: saluteremo con questa i nostri liberatori! Ora riposa sotto l’erba nell’orto e nessuno s’accorgerà.
Poi mi offre un chilo di tabacco per 300 lire! Lo ringrazio tanto. Mi parla della fame spaventosa di Trieste. La farina si vende a 1800 corone al quintale, il frumento a 2000. Vorrei parlargli un po’di politica, ma risponde che non se ne interessa. Capisco che altri problemi assillano e turbano l’animo suo; la famiglia, la miseria, la pace». (“La Patria del Friuli, 11 aprile 1919).
Abituati com’erano al suono delle loro campane, diverso da paese a paese, i friulani rimpiangevano quei suoni che erano parte del loro Dna sociale e culturale. Sarebbero passati anni prima che potessero riascoltare le “cjampanis de sabide sere, che pe fieste sunais di ligrìe”.
(3 - continua)
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