Il mistero de La ritirata il dipinto fatto a pezzi di Napoleone Pellis
L’immensa tela del 1918 fu tagliata in 13 parti e mai ricomposta Someda, Italico Brass, Davanzo: i friulani che dipinsero la disfatta

Il pittore friulano che ha meglio rappresentato con un rapsodico capolavoro “La ritirata di Caporetto” in tutta la sua tragicità, con largo respiro narrativo e forte partecipazione emotiva, è stato Giovanni Napoleone Pellis (1888-1962). La tela datata ottobre 1918, in origine di vaste dimensioni (si calcola che misurasse metri 1,80 per 4, una sorta d’imponente cinemascope) venne alla morte dell’artista ritagliata dalla moglie in tredici frammenti venduti singolarmente. Purtroppo sono noti soltanto alcuni nomi degli acquirenti. Un tentativo, sia pur parziale, di ricomposizione temporanea venne tentato, utilizzando vecchie foto dell’opera, in occasione della grande mostra antologica allestita dal 3 settembre al 18 dicembre 1988 nel palazzo municipale di Fagagna.
La partecipazione al dramma del suo popolo era stata risolta figurativamente dall’artista nei termini linguistici dell’espressionismo, sorretto da richiami al secessionismo klimtiano passato attraverso il filtro dei post-caravaggeschui e un drammatico luminismo di timbro romantico, con velati accenni, inoltre, al quadro di Carena I viandanti conservato nel Museo Civico di Udine.
Il corteo, aperto dalla figurina piatta, quasi giapponese, di una bimba dai lineamenti duri, marcati, che trascina al laccio una capra e porta sulle spalle una gerla carica di povere masserizie, era composto da una misera teoria di profughi - donne impudentemente discinte, ragazze piangenti in vesti di lutto, bambini dall’aria smarrita, vecchi canuti dall’aspetto stranito - e scendeva giù per una china. Al centro della composizione un personaggio autorevole, gli occhi terrorizzati, sorreggeva il corpo d’una donna senza vita. Corale di una straziata passione civile. Sullo sfondo colline gravate da un cielo tempestoso, una selva di alberelli piegati da un vento furioso e in lontananza una fila interminabile di gente stravolta e dolente, tra cui l’autoritratto del pittore in abito militare. A quella folla dispersa lo stesso Pellis sentiva infatti di appartenere.
Il lungo svolgimento a “esse” della composizione sarebbe stato ripreso dall’artista nel suo capolavoro Il Viatico, del 1922, altra rappresentazione del dispiegarsi di un funerale in tempo di pace nella cristallizzazione magica delle nevi di Sauris..
Si sono conservati diversi studi preparatori della Ritirata, «disegni in prevalenza a carboncino, di tono duro – ha scritto Patrizia Cabrini in uno dei saggi nel catalogo dell’antologica del 1988 – in cui sono ritratti soldati, gente che fugge, visi stravolti dalla disperazione che fanno pensare, sia pur vagamente, ai disegni carichi di polemiche e di protesta degli artisti tedeschi che, fra le due guerre, condannarono apertamente la politica militarista del loro paese».
Dimesso dall’esercito alla fine della guerra e rientrato al paese natìo di Ciconicco, Pellis, come gran parte dei profughi di cui era stato ispirato cantore, avrebbe trovato la propria casa distrutta.
Le sofferenze provocate dalla rotta di Caporetto sulle popolazioni civili si sono riflesse anche nelle opere di altri artisti. Il quadro Presso la colonna di Angelica del carnico Marco Davanzo (1872-1955), dipinto proprio alla vigilia della disfatta, è come una lucida profezia che esprme apprensioni e timori della gente sulla situazione bellica. Il volto limpido della bionda Angelica, che siede con la sorellina sulle ginocchia sopra una pietra smozzicata, par trovare un’eco nel chiarore nudo della colonna. Quel volto intriso di luce malinconica è il punto di convergenza di tutta l’opera e dice di un’innocenza violata e abbandonata a un destino di dolore, diventando così immagine emblematica della condizione dellla Carnia e di tutto il Friuli nei giorni della paura e della fuga. Anche il pittore, assieme alla moglie e alla figlioletta Elisa, si era incolonnato nella lunga fila di profughi diretti, attraverso il Cadore, verso la pianura. Grazie all’appoggio di un generale venne ospitato nella casa di un nobile di Macerata, dove rimase fino al 1921. Dopo l’iniziale periodo di profonda crisi la luce mediterranea gli consentì di aprire una fase creativa nuova ricca di scintillanti colori.
Domenico Someda (1859-1944) raggiunse accenti di profonda commozione ispirati sempre alla ritirata nella tela Incendio con sfollati. Alla facciata di una casa senza intonaco si appoggiano un contadino in piedi e una donna accucciata, il viso sofferente nascosto da un fazzoletto rosso. A terra sacchi di masserizie accesi da una brillantezza spettrale. All’angolo della casa si staglia, di schiena, una giovane illuminata per metà dal sole. È una figura di misteriosa bellezza. Più lontano si delinea una casa con uno scuro portale carraio ad arco e, dietro, da alcuni rustici devastati si levano fumi d’incendio. La drammaticità è come tratenuta, interiorizzata nella resa figurativa.
Lo stesso tema potrebbe riguardare alcune tele d’argomento militare: In Traino d’artiglieria l’arruffìo di lineamemti segna traiettorie violentemente dinamiche, raggelate tuttavia dal cavaliere capofila, impennato sul destriero in posa di monumento equestre. Pattuglia di cavalleria e La pattuglia, simili per impostazione, rappresentano l’irrompere tumultuoso in un assemblaggio sfuocato, su una strada fangosa, di un drappello di cavalleggeri mentre alcune giovani acquaiole, accanto a un pozzo, li osservano con incuriosita simpatia. Il quadrone Per te Italia, già nel municipio di Fiume, distrutto dopo l’invasione jugoslava, aveva una profonda, tragica, asciutta carica umana. La composizione, in uno scenario di rovine, di mitragliatrici, di relitti sparsi tra il fango, si incentrava sulla figura di un ferito deposto in barella, assistito da tre commilitoni. Nessuna concessione alla retorica in quegli uomini sofferenti. La pennellata fratta, guizzante, alla maniera di un Boldini riletto con dolente tensione, esprimeva una sofferenza tacita piuttosto che proporsi con retorico apologo patriottico. Purtroppo durante l’occupazione austro-tedesca una gran messe di opere, conservate nella casa di Someda a Rivolto, andarono perdute.
Obiettivi completamente diversi si posero i lavori del goriziano Italico Brass (1870-1943), suddito austriaco, ma di famiglia irredentista (lo stesso nome è indicativo di una netta scelta di campo). Stabilitosi a Venezia divenne esponente di primo piano della pittura lagunare, quale poetico narratore della vita quotidiana nella città di San Marco (venne celebrato da Ezra Pound in alcuni versi dei suoi Cantos). Durante la guerra mondiale era stato incaricato dal comando supremo italiano di ritrarre con pitture, schizzi, disegni episodi bellici. Nella ritirata di Caporetto perciò, trascurando le traversie della popolazione civile, descrisse le diverse fasi della vittoriosa resistenza italiana.
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