«Il mio Arlecchino? È un personaggio puro che lotta per l’esistenza»

Soleri lo ha interpretato dai primi anni Sessanta fino al 2018 L’attore novantenne si racconta: «Devo tutto a Strehler»

mario brandolin

Una qualche verità ci dovrà pur essere nelle numerose leggende che raccontano di come negli anni gloriosi della Commedia dell’arte, quatto-cinque secoli fa, gli interpreti di Arlecchino fossero capaci di inseguire le acrobazie non solo verbali di questa maschera sino ad età avanzata, tanto che di alcuni dei più famosi, come Domenico Biancolelli o Tristano Martinelli, si favoleggia che anche in vecchiaia riuscissero a fare dei salti mortali senza rovesciare i vassoi che tenevano in mano. E che Arlecchino porti bene in fatto di longevità artistica e non solo, anche oggi, lo conferma l’ultimo mitico Arlecchino moderno, ossia quel Ferruccio Soleri che dai primi anni ’60 e fino all’anno scorso vestiva i panni della celebre maschera in quell’altrettanto celebre, longevo immarcescibile spettacolo “Arlecchino servitore di due padroni”, che Giorgio Strehler ha consegnato alla storia del teatro nel lontano 1947 e che da allora non ha smesso di girare il mondo. E negli ultimi 58 anni Arlecchino è sempre stato lui, Ferruccio Soleri, che abbiamo incontrato a Udine, dove ha tenuto uno stage con gli allievi dell’Accademia Nico Pepe. Una longevità, quella di Arlecchino Soleri, sottolineata dalle 2.949 repliche in tutto il mondo.

Cosa c’è nel personaggio di Arlecchino che lo rende così eterno?

«È un personaggio limpido e puro e si fa amare dal pubblico, che facilmente comprende le difficoltà di questo che è uno che lotta per l’esistenza».

Ma lei si è mai stancato del personaggio, in fondo l’unico che ha interpretato nella su lunga carriera?

«Forse nei primi due anni, ma poi il successo che l’ha sempre accompagnato dappertutto mi ha fatto talmente amare i panni di Arlecchino che da allora non mi sono mai andati più stretti».

Tra le tante soddisfazioni che hanno accompagnato la carriera di Soleri, una la ricorda con piacere...

«È legata alla prima volta che sono andato in Cina. Sono rimasto sconvolto, quando stavo andando nei camerini a cambiarmi gli spettatori mi bloccavano inginocchiandosi e baciandomi i piedi. Oppure i tanti personaggi importanti che mi hanno gratificato della loro ammirazione, come la regina Elisabetta che interruppe addirittura una cena per venire a farmi i complimenti».

Ma l’incontro più gratificante e importante di tutti è stato quello con Giorgio Strehler...

«È stato lavorando con lui che ho capito cosa era Arlecchino e cosa era stata la Commedia dell’Arte ben al di là dei libri che avevo letto. Da parte mia gli portavo la mia abilità nell’acrobazia, la mia voglia di fare, le mie caratteristiche, la mia gioventù. Il mio Arlecchino lo devo proprio a Strehler, che mi ha dato tutto».

Come andò?

«Frequentavo l’Accademia Silvio D’Amico a Roma e siccome Orazio Costa pensava che fossi un Arlecchino nato, mi fece fare il ruolo in un saggio. Mi vide il grande Marcello Moretti, allora Arlecchino nello spettacolo strehleriano e mi segnalò al maestro come suo possibile sostituto. E come sortito di Moretti debuttai nella tournée americana del 1963».”

A proposito di segreti, quale è quello della tenuta a tutte le latitudini dello spettacolo strehleriano?

«Nel genio di Strehler, che sapeva far parlare il personaggio solo attraverso la voce e la gestualità, essendo il volto coperto dalla maschera. Inventando per lui un linguaggio universale».

Rimpianti, ora che non recita più?

«Nessuno. Se non quello di aver dovuto abbandonare, perché non ce la faccio più. È sopraggiunta la stanchezza. Ma a 90 anni, che posso pretendere di più?». —



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