Il B24 Liberator dei subacquei udinesi

Il “Liberator dei subacquei udinesi” non ha più segreti. Ogni dettaglio della vicenda del B24 che giace a 14 metri di profondità nell’Adriatico al largo tra Lignano e Grado è stato svelato. L’aereo, con l’equipaggio, cadde in mare nel 1945, della sua esistenza si è saputo quasi 40 anni dopo, ma soltanto lo scorso anno tutti i particolari della vicenda sono stati svelati.
Questa è la storia. È il 28 febbraio del 1945 e la seconda guerra mondiale è ormai agli sgoccioli. Nei cieli dell’Alto Adige un bombardiere B24 “Liberator” del 449º Bomb Group, appartenente al 716th Bomb Squadron di stanza all’aeroporto di Grottaglie, nei pressi di Taranto, arranca lasciandosi dietro una tenue scia di fumo grigio. Appeso alla semiala di destra, il motore interno è fermo con l’elica in bandiera; quello esterno, dal quale sbava olio trascinato dal vento relativo, funziona in modo irregolare e scalda terribilmente.
Ai comandi, il pilota Howard Hanson, 24 anni, lotta disperatamente per tenere in aria il velivolo. Suda, nonostante il freddo della cabina non pressurizzta e le mani stringono il volantino. Una gamba è intorpidita dalla continua necessità di dare pedale per correggere l’imbardata che la trazione asimmetrica dei due motori di sinistra imprime al grande aeroplano.
Una lotta che dura da quando il Liberator è stato colpito dalla Flak, la contraerea tedesca che con i cannoni da 88 difende, nei pressi della cittadina di Albes, il ponte sull’Isarco sul quale corre una linea ferroviaria nevralgica per i rifornimenti che, dalla Germania, giungono alle truppe tedesche stanziate in Italia. Il bombardamento ha centrato il ponte, ma alcuni aeroplani sono stati a loro volta colpiti dai caccia della Lutfwaffe e, appunto, dalla contraerea.
Hanson è costretto ad abbandonare la formazione di bombardieri diretta sulla rotta di ritorno prevista, che passa sulla Carinzia, lambisce il Friuli e quindi Trieste, per scendere verso l’Istria, scorrere lungo la Dalmazia e rientrare infine in Italia passando sul Canale di Otranto.
Il comandante del Liberator sa bene che il suo bombardiere non potrà fare ritorno alla base pugliese di Grottaglie: troppo gravi i danni causati dalla contraerea. Avverte via radio delle sue intenzioni e, pur con il rischio di incappare solo e indifeso nella caccia nemica, scende direttamente a Sud per abbreviare il percorso, tentando di tenere in aria il velivolo per il maggior tempo possibile e riuscire quantomeno a raggiungere il territorio occupato dagli Alleati.
Il tempo scorre lentamente mentre il pilota e il suo secondo, Edward Betz, impegnati nel reggere i comandi appesantiti dall’assetto innaturale del velivolo, spiano i quadranti degli strumenti, contrastano le vibrazioni e ascoltano con tensione crescente il rombo irregolare del superstite motore di destra. La pressione dell’olio del propulsore danneggiato è sempre più precaria e man mano che la lancetta scende, precipita con essa anche la fiducia di raggiungere un aeroporto amico.
Ma ecco apparire l’Adriatico! «Chissà – pensa Hanson – forse sarà possibile raggiungere l’aeroporto di Pola e finire nelle mani amiche dei titini, che hanno ormai occupato la penisola istriana». Il pesante bombardiere vira a sinistra e vi si dirige perdendo quota sempre di più. Ma il destino gli è avverso: anche il secondo motore cede e per Hanson rimane solo l’alternativa dell’ammaraggio.
Forse la quota ormai è insufficiente per lanciarsi con il paracadute da un aeroplano costruito con spazi così angusti e vie di uscita così precarie, come il Liberator. Forse alcuni membri dell’equipaggio sono feriti e non possono lanciarsi. In più c’è mare grosso e le sue acque sono gelide. Neppure pensare a una sopravvivenza in acqua senza poter essere recuperati con estrema rapidità.
Così, mentre la quota si riduce sempre di più e gli undici uomini dell’equipaggio vedono avvicinarsi la livida superficie del mare, Hanson riesce a mettere la prua al vento e a tentare l’ammaraggio. Se la manovra dovesse riuscire e il velivolo potesse rimanere intero, potrebbe galleggiare a lungo.
Il bombardiere striscia con il ventre sulla superficie agitata dalle onde, probabilmente spiattella alcune volte, quindi si infila in acqua bloccandosi di colpo. La fusoliera, con il contraccolpo, si spezza, l’acqua irrompe dallo squarcio e il bombardiere si posa sul fondale a 14 metri di profondità. Per lo sventurato equipaggio non c’è alcuna possibilità di scampo.
In tempi successivi – uno di essi addirittura cinque anni dopo, avvolto nella seta del paracadute – saranno rinvenuti dai pescatori, molto distanti dal punto dell’affondamento, i resti dell’aiuto motorista Adolph Turpin, del puntatore Jarrell E. German, del copilota Edward H. Betz, dell’aiuto armiere James S. Cox e dell’armiere Albert Acampora. Nessuna traccia del pilota Howard Hanson, del navigatore Clarence L. Dragoo, dell’altro navigatore Richard M. Horowitz, dell’operatore radio Lawrence F. Nally, dell’aiuto operatore radio Thomas M. McGraw, del motorista Lawrence W. Brady, che diventano perciò Missing in action.
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