Helena Janeczek: «È il nostro sguardo a delineare i confini»

Colloquio con l’autrice su identità e appartenenza: «La letteratura può annullare stereotipi e ridare complessità»

Cristina Savi
Helena Janeczek è nata in Baviera da una famiglia ebreo-polacca
Helena Janeczek è nata in Baviera da una famiglia ebreo-polacca

«Il confine non nasce necessariamente da una carta geografica: è qualcosa che si costruisce nel vissuto individuale e nel modo in cui una società organizza culturalmente la propria esperienza». Per Helena Janeczek, il confine è prima di tutto una realtà interiore e culturale, che cambia nel tempo perché cambia lo sguardo con cui viene interpretato.

Sarà questo il punto di partenza del suo intervento atteso martedì a Pordenone, alle 18.30, nel convento di San Francesco, dove dialogherà con l’antropologo Marco Aime e con Monique Veaute, vicepresidente della Fondazione Romaeuropa Festival, nell’ambito di “Border Stories / Storie di confine”, ciclo di incontri dedicato al tema del confine come spazio di trasformazione.

Nata a Monaco di Baviera in una famiglia ebreo-polacca e residente in Italia da oltre trent’anni, Janeczek ha costruito nei suoi libri – fra i quali “La ragazza con la Leica” con cui ha vinto il Premio Strega nel 2018 – un lavoro costante sulle linee invisibili che separano e uniscono lingue, storie e appartenenze. Dopo l’esordio poetico in tedesco, ha scelto l’italiano come lingua narrativa.

«Il confine – spiega l’autrice – non coincide con la geografia né con la politica, ma cambia nel tempo perché cambia lo sguardo con cui lo interpretiamo». Per questo il confine culturale non è fisso: si ridefinisce continuamente. «In territori come il vostro – osserva Janeczek – la stratificazione delle appartenenze è evidente soprattutto nella dimensione linguistica».

La compresenza di idiomi diversi non è solo un dato pratico ma affettivo: «Chi vive fra più lingue sviluppa legami differenti con ciascuna di esse, anche emotivi - afferma la scrittice. C’è chi si sente pienamente italiano pur vivendo in un contesto multilingue, chi invece intreccia identità diverse e le sente tutte proprie».

Non esiste una formula unica, «sono ingredienti mescolati in modo diverso, che danno risultati differenti a seconda delle storie individuali». In questo senso il confine culturale non è una linea ma una condizione. Anche all’interno di uno stesso Stato, senza attraversamenti geografici, le persone possono vivere identità composte, in cui appartenenza dichiarata e pratica quotidiana non coincidono. «È questa oscillazione fra ciò che si è e ciò che si vive a rendere il confine un processo dinamico, che si attiva nel passaggio da una lingua all’altra, da uno sguardo all’altro».

Nel lavoro di Helena Janeczek emerge spesso il tema della traduzione linguistica ma anche emotiva e simbolica. Ma il confine culturale è qualcosa da superare o qualcosa da tradurre? «Comunicare l’esperienza dell’altro è simile al lavoro del traduttore: significa provare a traghettare verso un’altra sponda, sapendo che qualcosa si perde e qualcosa si trasforma». Un processo che implica anche attriti.

Nel progetto “Border Stories” si parla di confine come spazio di ibridazione, che per Janeczek, però, non è solo arricchimento: «La coesistenza di diversità in uno spazio ristretto comporta scambi ma anche conflitti, separazioni, tensioni. A volte tutto questo avviene contemporaneamente».

Nella biografia corale della fotografa Gerda Taro in “La ragazza con la Leica”, ma anche nel racconto triestino contenuto ne “Il tempo degli imprevisti” (Guanda), l’ultimo libro di Janeczek, la mobilità delle persone si riflette nelle lingue: personaggi che si spostano, ricominciano altrove, osservati da chi li accoglie passando dal dialetto all’italiano. «Mi interessa mostrare quanto la realtà sia più stratificata di qualsiasi idea monolitica di identità».

In un’Europa che torna a confrontarsi con nuove chiusure, quale ruolo può avere la letteratura nel trasformare il confine da luogo di esclusione a spazio di relazione? «Non molto, non ha un potere diretto di intervento politico – ammette la scrittrice - ma può raccontare storie che non siano riducibili agli stereotipi, restituire complessità e contraddizione.

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