Ella Adaïewsky: la pianista dello Zar che scoprì i canti perduti della Val Resia
A cento anni dalla morte, la "Renaissance" della madre dell'etnomusicologia: amica di Liszt e Brahms, anticipò il metodo Bartók studiando le tradizioni del Friuli. Il coraggio di una scienziata contro i pregiudizi di genere

Che una pianista, compositrice e musicologa di San Pietroburgo si sia interessata alle musiche di tradizione nel Friuli della belle époque è un fatto certamente curioso. Ancora di più se consideriamo il suo alto lignaggio: pianista alla corte dello zar Alessandro II, amica di Čajkovskij, Belioz, Gounod, Liszt, Brahms, Rossini. E lo stupore aumenta se teniamo conto che le sue ricerche sul campo hanno anticipato di qualche decennio quella disciplina che prenderà il nome di etnomusicologia, che lei con largo anticipo definì “scienza musicale-etnologica”.
Quest’anno ricorrono i centottanta anni dalla nascita e i cento dalla morte di Ella Adaïewsky (1846-1926), pseudonimo di Sophia Christine Gertrud Elisabeth von Schultz, che amava firmarsi con il nom de plume “Bertramin”. In Friuli ci arrivò dopo il trasferimento a Venezia nel 1882 con la sorella pittrice Pauline, trascorrendo le estati a Tarcento ospite di Luigi Armellini, nel “Palazzat”, già Villa Frangipane, oltre a Villa Aganoor, salotti d’incontri intellettuali frequentati da personalità come Arturo Malignani, Giovanni e Olinto Marinelli, Pier Silverio Leicht, Angelo Angeli, Baudouin de Courtenay, illustre slavista legato ad Ella per collaborazioni di studio in Val Resia e nelle Valli dei Natisone.
A sottrarla da un immeritato oblio post mortem è stata l’Associazione musicale Sergio Gaggia di Cividale, presieduta e diretta dal pianista e docente al Conservatorio Tomadini di Udine, Andrea Rucli. L’ente ha in programma la realizzazione di un festival diffuso, a partire dal 5 marzo, parte del progetto triennale “Musica e territorio”, in sinergia con il Comune di Resia, la Fondazione Levi di Venezia, il Conservatorio Steffani di Castelfranco Veneto, la Fondazione Bon, la Mozartina di Paularo e l’Università di Torino, che ospiteranno ciascuno una giornata di studi e musica (informazioni su sergiogaggia.com).
Maestro Rucli, come è iniziata la “Adaïewsky Renaissance”?
«Andando a frugare musiche di compositori friulani grazie a un progetto svolto con Renato della Torre, trovando nella biblioteca di Piero Pezzé un interessante scartafaccio che ci ha indirizzati a ulteriori ricerche. Da lì una serie di approfondimenti e la scoperta del manoscritto “Un voyage à Résia” che riscrive la storia dell’etnomusicologia, donato a Quirino Principe dalla figlia del nipote di Ella, Benno Geiger, testo che abbiamo pubblicato in edizione critica, con testo originale a fronte, in italiano e inglese. Convegni, con relative pubblicazioni, incisioni discografiche, il diretto coinvolgimento di studiosi del calibro di Febo Guizzi, Ilario Meandri, Paola Barzan, Placida Staro, Gianfranco Ellero, per dirne alcuni, ci hanno permesso di dare a una donna straordinaria il posto che merita in un panorama d’interesse internazionale che stiamo continuando a coltivare».
Un’artista e ricercatrice che subì, in vita e dopo la morte, un pregiudizio di genere.
«Un vero pregiudizio. In vita, in quanto la sua considerazione come studiosa e compositrice fu nulla. Fu bistrattata, tra tanti, da Hans von Bülow che la liquidò dicendo: “Non sopporto le esecutrici donne e men che meno le compositrici”. Il critico di una rivista francese che, ricevute le sue musiche, ipotizzava ironizzando la necessità di un neologismo: “compositrice”. Dopo la morte fu dimenticata per un certo ostruzionismo che preferì mettere in luce studi di altri ricercatori. Vero è che anticipò di un ventennio il metodo Bartók. Noi abbiamo voluto restituirle la dignità che le è dovuta».
Quale attualità per la madre dell’etnomusicologia?
«Una donna modernissima, ai suoi tempi e oggi. Curiosissima, colta, creativa. Fece ricerche non solo sul folklore resiano, friulano, veneto, ma anche tartaro, greco, celtico, di ambito colto. Il suo metodo di ricerca la portava a diretto contatto con le genti e le loro culture, in viaggi di studio che erano vere e proprie avventure. Dai suoi scritti affiora una lettura personale dell’esperienza, unita al rigore del metodo scientifico e a un’impostazione innovativa. Lo stesso vale per la sua opera compositiva, tra cui la Sonata greca e i 24 preludi, veri capolavori».
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