Il Globo d’oro al film La gioia, la sceneggiatrice Trepaldi: «Ecco cosa ci fa l’amore»

Tra gli sceneggiatori del film di Nicolangelo Gelormini c’è anche l’udinese Chiara Trepaldi. «Volevamo fissare una domanda universale: fino a che punto siamo disposti ad arrivare?»

 

Da sinistra Chiara Tripaldi, il regista Nicolangelo Gelormini e Saul Nanni (Foto Riccardo Modena)
Da sinistra Chiara Tripaldi, il regista Nicolangelo Gelormini e Saul Nanni (Foto Riccardo Modena)

Chiara Tripaldi, sceneggiatrice: un mestiere impervio. Nasce a Udine, poi sceglie un’esistenza preferibilmente in viaggio. «Vanto un quinquennio all’udinese liceo Stellini nonché una frequentazione assidua al cinema Ferroviario. I miei vengono dal Sud, ma io qui sono cresciuta culturalmente e il Friuli resta il luogo della formazione».

È di pochi giorni fa la consegna del “Globo d’oro” agli sceneggiatori Benedetta Mori, Giuliano Scarpinato e Chiara Tripaldi, appunto, per il film “La Gioia”, di Nicolangelo Gelormini (con una strepitosa Valeria Golino), opera sensibile e di fascino oscuro che si rifà al delitto di Gloria Rosboch, quarantanovenne insegnante di francese piemontese raggirata e uccisa da un suo studente.

Quando avete capito che quella vicenda sarebbe potuta diventare un film?

«L’origine è una masterclass del Premio Solinas. Nell’occasione mi ritrovai sulla strada artistica di altri due sceneggiatori e decidemmo così di sviluppare un soggetto ispirato a uno spettacolo teatrale di Giuliano Scarpinato. Il progetto poi vinse quel prestigioso riconoscimento e, successivamente, si unì a noi Valeria Golino, che da tempo desiderava “vivere” quest’avventura».

Avete scelto di svelare soprattutto la donna dietro ai fatti.

«Ci interessava fissare una domanda universale: fino a che punto siamo disposti ad arrivare per amore? È il vero tema del film. La protagonista, nella cronaca, era stata spesso svelata in modo superficiale, quasi ridotta a una caricatura. Noi abbiamo provato a restituirle complessità e dignità, immaginando il suo vissuto interiore».

Nel mentre si sta generando un’opera che s’ispira a un fatto realmente accaduto, il mood fra fedeltà alla realtà e libertà narrativa immaginiamo sia davvero difficile da equilibrare.

«La cronaca offre gli avvenimenti, ma il cinema deve sempre cercare un punto di vista. Alcuni accadimenti sono documentati, altri inevitabilmente richiedono un lavoro d’immaginazione. Ciò che conta è rimanere leali al nucleo umano della vicenda e alle emozioni che quel mondo continua a elargire».

La sceneggiatura porta tre firme. Come funziona, nella pratica, una scrittura condivisa?

«Con molta pazienza. Abbiamo lavorato insieme sia durante il periodo del Covid, sia successivamente a Roma. Ci confrontavamo continuamente sulle scene e, soprattutto, sui dialoghi. All’inizio ci siamo divisi alcuni blocchi narrativi, ma poi ogni parte è stata riletta e riscritta da tutti. Alla fine il testo doveva avere una sola voce e non tre stili diversi.»

Lei arriva alla sceneggiatura dopo aver attraversato giornalismo, recitazione, storia e perfino antropologia. Un tracciato voluto o una scoperta maturata nel tempo?

«La scrittura è una passione autentica. Da studentessa scrivevo recensioni cinematografiche, poi affrontai recitazione, storia e antropologia. Per qualche anno fluttuai nella comunicazione perché pensavo che il cinema non mi avrebbe consentito di vivere del mio lavoro. A un certo punto, però, compresi che quella non era la mia strada e così scelsi la sceneggiatura.»

Udine è il suo punto di partenza, ma il percorso contempla Bologna, Berlino, New York e Roma. Quanto hanno inciso questi traslochi nel suo modo di raccontare?

«Mi considero una nomade e faccio fatica a definirmi in una sola appartenenza geografica. Però la mia formazione culturale è profondamente legata al Friuli. Il liceo Stellini è stato fondamentale e continuo a sentire la terra come parte della mia identità, anche se vivo e lavoro a Roma».

Negli ultimi anni il cinema sembra attingere sempre più spesso alla cronaca. È una necessità del nostro tempo oppure c’è ancora spazio per un cinema capace d’inventare mondi come quelli felliniani?

«Credo che il cinematografo debba sempre partire dalla vita, anche quando racconta avvenimenti completamente inventati. La cronaca regala spunti forti, ma da sola non basta. Serve uno sguardo, una riflessione, un motivo per cui quella vicenda meriti di essere raccontata. Penso che possano convivere entrambe le strade: l’arte che nasce dalla vita e gli universi originali».

Il “Globo d’Oro” arriva in un momento rilevante della sua carriera.

«È stata una soddisfazione enorme, certo. Ricevere un premio assegnato dalla stampa estera gli conferisce un significato particolare, perché rappresenta uno sguardo libero. Un riconoscimento che condivido con tutto il gruppo di lavoro: ci ripaga dell’impegnativo percorso affrontato».

Continua a rivendicare il suo legame con il Friuli. C’è una storia che un giorno vorrebbe trasformare in un film?

«Sì. Mi affascinano le Indemoniate di Verzegnis. Ho studiato antropologia, come le ho già detto, e sono sempre stata attratta dalle tradizioni popolari e dalle narrazioni che appartengono ai territori. Il Friuli custodisce un patrimonio straordinario di racconti che meriterebbero di arrivare in sala».

 

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