Giustizia internazionale minacciata dal caos, il professor Flores: «Quando i potenti calpestano i diritti»

Il 26 febbraio l’evento alla Torre di Santa Maria a Udine e venerdì a Trieste: lo storico presenterà il suo libro all’incontro del Circolo della Storia

Alessandra Ceschia
Lo storico Marcello Flores protagonista di due incontri
Lo storico Marcello Flores protagonista di due incontri

Il Circolo della Storia scende in campo sul territorio con un ciclo di incontri che coinvolgeranno alcuni dei più autorevoli storici italiani. A partire da Marcello Flores che giovedì 26 febbraio, alle 18.30 sarà alla Torre di Santa Maria a Udine, introdotto da Tommaso Piffer e venerdì 27 febbraio alla stessa ora al Circolo della Stampa di Trieste, introdotto da Giulia Caccamo. Un’occasione per parlare di diritti, partendo dal suo libro “Caos. La giustizia internazionale sotto attacco (Laterza).

Professore, la giustizia internazionale è nel caos?

«Lo è da qualche anno, adesso in modo ancora maggiore. Il primo ad aver dato un serio colpo alla giustizia internazionale è stato quattro anni fa Putin, quando ha aggredito un paese vicino senza alcuna giustificazione. Ora si è aggiunto il presidente americano Trump che, nell’intervista rilasciata al New York Times, alla domanda su quali fossero i limiti della sua azione ha risposto: “Solo la mia mente, la mia morale”. Cancellando quindi quella che è stata la riflessione sulla giustizia e sul diritto internazionale da Norimberga a oggi».

Cosa rimane del diritto internazionale in un’epoca in cui la guerra diventa linguaggio quotidiano?

«Il diritto internazionale è molto articolato e sussiste. Quello che viene messo in discussione oggi dai potenti è il diritto penale internazionale, cioè la possibilità che la giustizia intervenga anche nei confronti di chi ha un forte potere se commette dei crimini che sono tali secondo la legge».

La Corte penale internazionale ha processato tanti leader africani e dei paesi deboli, ma i recenti mandati d’arresto riguardano leader di potenze nucleari e militari. Ciò dimostra che le regole valgono per tutti?

«Questa era l’intenzione della Corte Penale Internazionale che pur avendo spiegato i motivi per cui per anni avevano soprattutto preso in considerazione i crimini di governanti africani, nel momento in cui ci sono state delle chiare violazioni gravi di diritti come quelle compiute da Putin e da Netanyahu, hanno deciso che uno dei punti fermi della giustizia internazionale è che tutti sono uguali di fronte alla legge, indipendentemente dai ruoli di potere che svolgono. Nel momento in cui la Corte ha dimostrato veramente di considerare tutti alla pari, ecco che queste potenze hanno reagito».

Dal libro emerge lo slittamento verbale di alcuni termini come “genocidio” e il divario che li riguarda fra l’uso politico, storico, quello giuridico. Perché?

«La parola genocidio è nata con un significato giuridico. Raphael Lemkin che lo coniò nel 1944 era un giurista, lottò per far diventare il genocidio un crimine con la Convenzione approvata nel 1948. Però è vero che nella storia, genocidio è diventato un sinonimo di massacro intollerabile. Nella discussione, nell’arena pubblica ha prevalso l’elemento psicologico che rende la vita difficile, poi, anche ai giudici».

L’Italia ha ospitato la firma dello Statuto di Roma, ma il nostro ordinamento ancora è privo di una legislazione adeguata sui crimini internazionali. Fa riflettere...

«La commissione formata da bravi giuristi aveva prodotto un lavoro che aveva trovato l’unanimità. Il governo precedente ha terminato la sua attività, toccava a quello attuale mettere in pratica quei suggerimenti, che però sono rimasti lettera morta. Ora, il sospetto è che da parte di questo governo ci sia una volontà di non accettare quei limiti che la giustizia e il diritto internazionale pongono ai singoli Stati».

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