L’estate indiana di Floramo: lo scrittore friulano rievoca i suoi ricordi del terremoto

In libreria da mercoledì 29 aprile il suo ultimo libro: «Mi capita di svegliarmi a notte fonda: il buio mi soffoca»

Martina Del Piccolo
La copertina del libro L’estate indiana del 1976 e l’autore, lo scrittore friulano Angelo Floramo
La copertina del libro L’estate indiana del 1976 e l’autore, lo scrittore friulano Angelo Floramo

Da mercoledì 29 aprile è in libreria l’ultima creatura di Angelo Floramo, edita da Bottega Errante. Esce pochi giorni prima del cinquantesimo anniversario del terremoto in Friuli. L’anno funesto, il 1976, è riportato sulla copertina. Eppure, il libro rivela fin da subito qualcosa di inaspettato. L’estate è quella indiana. E la dedica ci mostra qualcosa di straniante: la pista del bisonte in terra e la grande prateria in cielo. Angelo Floramo dedica “L’estate indiana del ‘76” agli indiani della sua tribù, selvaggi e coraggiosi.

Ma chi erano? Era innanzitutto lui, dieci anni da compiere a settembre. E, con lui, «un gruppo di ragazzini selvatici e irrequieti, una banda di mocciosi che se la sognavano, l’estate».

Vivevano «dentro a un cratere spaventoso». La terra non aveva ancora tremato: «Beh, che fossimo indiani, ma quelli veri, lo avremmo scoperto presto. E sarebbe stata, di certo, l’avventura più grande della nostra vita, anche se ancora non lo potevamo sapere».

Non potevano sapere che la “Bestia” avrebbe scardinato la ciclicità del vivere e dei riti, sciupando il profumo di miele che si diffondeva dai tigli fioriti nel mese della Madonna, che poi è anche il mese «degli asini, sghignazzava il nonno, che a maggio si innamorano e starnutano».

È una storia che profuma di ricordi in un’altalena tra oggi e ieri. Chi scrive sa che la “Bestia” non è morta, è solo addormentata, ma sa anche che «il lidric di mont sfida la vertigine della montagna, la nudità della sua roccia», il gelo, il vento. «Lì rimane».

Tutto è impresso nella memoria. Il giorno della “Bestia”, Angelo frequentava la quarta, Ave andava all’asilo, Fiorenza traduceva versioni di greco, la nonna, la Todescje, era di vedetta alla finestra, il nonno, Aquila Bianca, passava lo spago nella polenta. La giornata sarebbe trascorsa nella normalità, per volgere al termine con la sorella a rosario e la sigla di Carosello.

Quello che accadde dopo, forse, continua a ripetersi ancora per l’autore: «Mi capita di svegliarmi, ogni tanto, che è notte fonda. Il buio mi soffoca e non riesco a capire dove sono…voci che rimbombano disperate, voci famigliari, che però non distinguo. Voglio gridare anche io, ma non ci riesco. L’aria non esce e non entra…».

Quella voce diventa parola scritta, “amicizia”, attraverso la quale prendono vita Coyote Stanco, Occhio Di Sole, Tuono Di Vento, Denti D’Argento, Cerbiatta Tra L’Erba, Bocciolo Di Primula, Scoiattolo Furbo, Ciliegia Rosseggiante e Piede Scalzo. Entriamo anche noi nel villaggio di tende, conosciamo gli indiani di Gemona e capiamo cosa significhi “perdersi a settembre” con la seconda scossa.

Ma entriamo anche nella casa di Ljuba. L’autore si rivolge a lei per «chiedere conto di quello che è successo cinquant’anni fa». Rovista nella memoria della madre: «Tu cosa ricordi di quella notte? chiedo, appoggiando le labbra sul bordo della tazzina». Ljuba risponde: «Una grande paura». E racconta, mentre il libro prende forma. «Ljuba ha ricordato… discusso e commentato ogni cartella. Lei, per prima. Seduti accanto, noi due, in un tempo solo nostro, sul divano della vecchia casa, con la gatta che ronfava sulla poltrona che fu del babbo».

È anche un romanzo d’amore e insieme di dolore. Lo spiega Ljuba: «Voler tanto bene spesso fa male». Ci sono tutti i sapori della vita. La tristezza che deriva dall’immagine del nonno che si perde e torna bambino, ma anche la tenacia della Todescje, quando decide che ne ha abbastanza della cucina da campo, di pastasciutte condite con la conserva di pomodoro, e alza «un coltello buono a scannare anche un drago» per fare i knodel nel brodo di gallina.

Forse uno dei messaggi del romanzo è un invito a salvare i ricordi, a salvarsi attraverso essi.

La tentazione di infilarsi tra i capelli una piuma e di diventare lettori indiani e lettrici squaw è tanta. Non ci resta che seguire la pista del bisonte e insieme la scrittura di Angelo Floramo, “Volpe Che Corre Sull’Erba”.

Il libro sarà presentato il 4 maggio alle 18 nella chiesa di San Francesco a Udine come anteprima di vicino/lontano.

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