L’action thriller in salsa asiatica sullo schermo del Far East Film Festival

Attesa per la proiezione di The Shadow’sEdge con la star Jackie Chan alle prese con sparatorie e risate 

Giorgio Placereani
Una scena del film The Shadow’s Edge
Una scena del film The Shadow’s Edge

Tutti gli appassionati del cinema orientale conoscono l’esagerazione hongkonghese. Quando l’eroe, spesso vestito di bianco, si batteva con decine e decine di nemici e li stendeva tutti (in genere restando ferito: non per realismo ma perché nel cinema orientale bisogna soffrire, se no la vittoria è nulla). Questo concetto di esagerazione era piacevolissimo, perché quello hongkonghese era un grande cinema (e infatti fece scuola). La ritroviamo nel bel thriller avventuroso di coproduzione cinese-hongkonghese “The Shadow’s Edge”, scritto e diretto da Larry Yang in programma al Far East Film Festival mercoledì 29 aprile. Il film raggiunge l’obiettivo di riprendere in forme contemporanee la grande lezione di Hong Kong. Naturalmente, l’intento era già dichiarato dalla presenza di due dei grandi nomi iconici del cinema action-thriller, del cinema di arti marziali e del wuxiapian di Hong Kong: Jackie Chan e Tony Leung Ka-fai. C’è perfino, alla fine, la tipica routine dei film di Jackie Chan delle scene sbagliate.

“The Shadow’s Edge” (stasera all2 20.30) è un libero remake del film hongkonghese del 2007 “Eye in the Sky”, prodotto da Johnnie To, dove Tony Leung Ka-fai interpretava il ruolo di “cattivo” che rifà nel presente film (la sua interpretazione, senza voler togliere niente a quella di Chan, è assolutamente monumentale). Il titolo “Eye in the Sky” si riferiva alle telecamere di sorveglianza; vale anche per “The Shadow’s Edge”, dove però la fiducia nella tecnologia è ancora minore. Dopo una rapina, personaggi o veicoli scompaiono letteralmente dagli schermi del quartier generale della polizia di Macao; il motivo è che un super-hacker si è introdotto nel sistema e ci fa il buono e il cattivo tempo. E allora che fare? Tocca richiamare dal servizio Wong (Jackie Chan), un poliziotto della vecchia scuola di sudore e piedi piatti, ovvero di sorveglianza diretta con travestimenti vari, e non sui monitor. Le sue lezioni teorico-pratiche alla sua squadra su come vada fatto il lavoro di sorveglianza sono fra le pagine più gustose del film.

L’aspetto poliziesco e quello, correlato, dei combattimenti sono generosamente serviti, sia sul piano delle sparatorie sia su quello degli scontri fisici, come per esempio kung fu contro arma bianca, caratterizzati da quell’aspetto di esagerazione eroica che dicevamo sopra. Val la pena di notare che nei combattimenti di Jackie Chan si ritrova quel “kung fu del vuoto”, originale nell’invenzione e abilissimo nell’usare gli interstizi, che è sempre stato il suo marchio di fabbrica. Entrambi gli attori, alla loro età tutt’altro che verde, sono protagonisti di grandi combattimenti di arti marziali (anche se per l’inevitabile scontro diretto bisogna aspettare il climax pre-finale); ma soprattutto mostrano la capacità di dar corpo a due personaggi che posseggono una profondità umana.

La star del cinema asiatico Jackie Chan
La star del cinema asiatico Jackie Chan

L’uno poliziotto ultra-determinato, l’altro bandito cattivissimo (anche se con una profondità soggettiva che a tratti sconvolge): il film sottolinea, in montaggio parallelo, il loro rapporto reciproco. Per entrambi viene messo in risalto l’aspetto della paternità mancata: sono presentati come “padrini” in un rapporto difficile (il primo, ) e tragico (il secondo) coi figli putativi, il che apre a notevoli brevi squarci mélo. Infatti Wong (Jackie Chan) trova una figlia putativa nella persona di Guoguo (Zhang Zifeng), giovane poliziotta durissima ma internamente fragile, che lo respinge perché lo accusa della morte del padre, suo partner, molti anni prima. The Shadow, l’Ombra (Tony Leung), ha allevato un gruppo di orfani come figli/complici, una relazione autoritaria e malata che arriva fino a contemplare l’omicidio – e che consente a Tony Leung degli “a solo” di straordinaria bravura (il suo urlo muto di dolore colpevole è indimenticabile).

Divertimento immediato, suspense (la scena della cena sotto mentite spoglie è un capolavoro), scontri estremi e un po’ di profondità melodrammatica sorreggono un film che dura due ore e venti, ma passano in un minuto. E un finale che è puro feuilleton ci promette un seguito. —

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