Enrico Ruggeri arriva in piazza: «Finalmente torno in Friuli»
L’artista in tour a Lestizza con la Caverna di Platone: «Una zona con una forte tradizione rock»

«Finalmente torno in Friuli e sono molto contento, è un bel po’ che non ci suono»: Enrico Ruggeri porta in Piazza San Biagio a Lestizza il tour “La Caverna di Platone”, che prende il nome dal nuovo album, sabato alle 21. «Ricordo tanti bei concerti in regione, per esempio al Rossetti, alla Barcolana, ma soprattutto penso a una zona in cui c’è una forte tradizione rock. Pordenone è stata una capitale del punk con il Great Complotto».
Che cosa le rimane dello spirito punk dei suoi esordi?
«Un atteggia\ti del mercato. Io ho iniziato dicendo: “Così è si va pare” e sono andato avanti con questo principio. Poi certamente mi fa piacere se il disco va in classifica o c’è tanta gente ai live, ma non ho mai lavorato per quello, i soldi non sono la priorità».
Oggi gli artisti si interrogano se sia giusto o meno esporsi. Che ne pensa?
«Mi fa un po’ ridere l’artista che passa anni a pubblicare canzoni sull’estate e il mojito e poi si avventura in disamine politiche. Negli anni ’70 di politica parlava De André, Guccini, De Gregori ma non Mario Tessuto, che cantava “Lisa dagli occhi blu”. Oggi invece c’è gente totalmente priva di peso specifico che si avventura all’interno del dibattito e questo non va bene: se tra un balletto e l’altro ti copri le natiche con la bandiera della Palestina la fai diventare un gadget come la maglietta di Che Guevara».
Il linguaggio dei testi si è impoverito. Come mai?
«Perché le persone che scrivono canzoni non leggono e quindi hanno un serbatoio di 500 parole quando Battiato ne aveva 50mila (e forse anch’io). Per scrivere bene devi leggere tanto, devi avere dimestichezza con la lingua, con la consecutio temporum, saper mettere in poesia delle idee. Oggi i testi sembrano dei messaggi su WhatsApp. Poi ci sono cose interessanti, ma non passano in radio».
Il suo pubblico si distingue?
«Io la chiamo l’élite dell’anima, un po’ pomposamente ma con affetto. Mi imbarazzerebbe essere stimato da chi non stimo».
Perché “La Caverna di Platone”?
«Mi sembra molto attuale l’idea di queste persone tenute al buio che vedono solo quello che viene proiettato all’esterno da una fiamma e pensano che la realtà sia quella. Oggi noi per sapere se piove guardiamo il meteo sul telefonino anziché mettere la testa fuori».
Che scaletta porta a Lestizza?
«Ogni concerto deve essere diverso dal precedente. Ci sono delle canzoni obbligatorie, una decina come “Il mare d’inverno”, “Polvere”. Poi decido anche quando sono sul palco, in base a chi ho davanti. I pezzi dall’album nuovo vanno centellinati perché magari qualcuno non li conosce».
La band?
«I chitarristi Johnny Gimpel e Sergio Aschieris, il tastierista Francesco Luppi, il bassista Mitia Maccaferri e il batterista Lele Veronesi. Una volta che ho scelto un musicista gli do molta libertà e cerco di sfruttarne al massimo le potenzialità. Facciamo squadra, viaggio in macchina con la band, dormo nello stesso albergo, vado a mangiare con loro».
Che effetto le fa quando un collega come Tozzi annuncia il tour di addio?
«Mi dispiace perché si stanno ritirando persone che lasciano il campo ad altre che spesso non sono all’altezza».
Lei non si ferma mai?
«C’è il tour, poi la rassegna culturale di cui mi occupo da anni “Impronte” a Milano. È probabile che si rifaccia per la terza volta il programma “Gli Occhi del Musicista” sulla Rai».
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