La missione civile di Sorj Chalandon: «Lotto contro l’ingiustizia e difendo chi non ha voce»
Lo scrittore e giornalista francesce a Pordenone per il primo giorno del festival Dedica

Capita, a volte, di sedersi in una sala piena di lettori e capire che non sarà un colloquio come gli altri.
Sorj Chalandon, scrittore tra i più intensi della narrativa europea contemporanea, è arrivato ieri all’incontro con la stampa – poco prima dell’inaugurazione ufficiale di Dedica 2026 – non tanto con un’esperienza letteraria da raccontare, ma con un’intera vita alle spalle, fatta di domande, ferite e verità difficili da dire. La sua presenza al festival pordenonese — curato dal direttore artistico Claudio Cattaruzza e da Associazione Thesis — appare ancor più lungimirante alla luce dei temi e delle sfide contemporanee. Pochi scrittori hanno saputo raccontare con altrettanta lucidità le ferite della storia e il modo in cui queste continuano a segnare la vita delle persone. L’opera di Chalandon nasce da una tensione costante tra memoria personale, impegno politico e riflessione morale. Non è un autore che osserva il mondo da lontano. Giornalista di guerra per oltre trent’anni al quotidiano Libération, è stato testimone diretto di conflitti e tragedie. Esperienze drammatiche – come ha raccontato – che lo hanno segnato e nelle quali le parole del giornalista si sono trovate a confrontarsi con la violenza delle storie di cui è stato testimone. È lì che ha imparato che la realtà va mostrata e non raccontata e che dietro ogni notizia esiste sempre una storia molto più complessa. Poi, a un certo punto, è arrivata la letteratura. I romanzi, abitati da momenti difficili da dimenticare: amicizie spezzate, tradimenti, padri ingombranti, memorie dolorose. Ma il giornalista, tra quelle righe, non è mai scomparso. Chalandon — come ha osservato il direttore artistico Cattaruzza — continua a ricordarci che raccontare significa, con il rigore della documentazione e con uno stile asciutto, cercare una forma di verità. Ma che differenza c’è fra il giornalista e lo scrittore? «Il reporter non può mai dire “io”. Nella letteratura, invece, questo è possibile». Se la storia collettiva è uno dei grandi scenari dei suoi romanzi, l’altra ferita fondamentale è quella familiare. Il rapporto con il padre — figura spesso violenta — attraversa tutta la sua opera.
«Io non ho mai odiato mio padre – spiega – una sorta di boia che oggi sarebbe forse sul banco degli imputati per ciò che ha fatto. Invece, mi sono detto: quanto è doloroso questo appuntamento mancato tra padre e figlio. Tuttavia, ho capito che l’odio era una sconfitta».

Alla domanda sul dilagare oggi, della violenza giovanile, la sua risposta è netta: «Non sono un hippy, ma combatto tutto ciò che aggredisce la nostra integrità. Non sopporto l’ingiustizia e credo che questa mia battaglia continuerà fino alla tomba. Difendo chi non ha voce. La violenza ingiustificata è per me una forma di ingiustizia. Ho visto troppe cose atroci — in Iraq, in Siria, in Palestina — donne e bambini vittime di soprusi e massacri. Scene terribili: ragazze uccise, violentate, con le mani legate, filo spinato sulla schiena, stracci in gola… E io potevo solo scrivere, raccontare ciò che vedevo, sperando che ci sarebbe stato un processo internazionale. Ma non è successo nulla». Ed è proprio per questo, spiega, che scrive romanzi. «Nel giornalismo puoi raccontare, documentare, denunciare. Ma spesso non puoi restituire la vita a chi l’ha persa. Nei miei libri, invece, posso far vivere quelle persone, dare loro una possibilità che la realtà ha negato». «Nel romanzo “La Quarta Parete” quella ragazza che avevo visto uccisa nel massacro in Palestina, diventa maestra, circondata dai bambini, libera di leggere poesie, di crescere, di esistere ancora, ma poi, come giornalista, nel romanzo la riporto sul letto del martirio, fedele alle immagini che ho visto e che non posso cambiare. In realtà scrivo romanzi per ripulirmi del giornalismo».

In questo senso la narrativa di Chalandon non è soltanto memoria del passato. È una letteratura che interroga il presente – ieri lo ha sottolineato a lungo, anche rispetto alla situazione politica della Francia – ricordando che ogni società è sempre esposta alla tentazione della menzogna e della propaganda. E quando gli si chiede cosa vorrebbe che restasse dei suoi libri tra venti o trent’anni Chalandon risponde: «Vorrei soprattutto che il mio lavoro non fosse mai tradito». —
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