Il quotidiano come identità del territorio: Enrico Mascilli Migliorini e la fondazione del Messaggero Veneto
Nel 1946 Mascilli Migliorini fondò il Messaggero Veneto. Fu il suo primo direttore e restò a Udine per un anno. Il nipote ne racconta l’esperienza e i traguardi raggiunti

Il primo anno del Messaggero Veneto e l’esperienza del fondatore e suo primo direttore Enrico Mascilli Migliorini nel racconto del nipote omonimo del professore, mancato nel 2016.
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Gli anni correvano velocissimi allora, e la breve esperienza di Enrico Mascilli Migliorini come fondatore e primo direttore del Messaggero Veneto è senz’altro intensa. Intensa come può essere la base di un palazzo, come quello che si inizia a costruire nel maggio 1946.
Enrico Mascilli Migliorini a Udine trascorre poco più di un anno. Poi mai più: «Non si torna dove si è stati felici», diceva. Quando arriva ha 23 anni e viene da Venezia, dove era stato occupato negli ultimi anni della guerra con il Comitato di Liberazione Nazionale e la redazione del foglio clandestino Veneto Liberale, con un incarico ufficiale da redattore al Piccolo dal 1943.
L’aggettivo veneto sarà mantenuto anche nel nuovo giornale, che un gruppo di liberali-monarchici sta immaginando nell’immediato dopoguerra, per fare della storia recente e della cronaca giornaliera uno strumento vivo per infondere fiducia nel nuovo progetto nazionale. Ricordava in un’intervista che «Oltre a Linussa (alpino della Grande Guerra, presidente del Movimento tricolore, proprietario della Villa Italia di Torreano che dal 1915 al ’17 ospitò il re Vittorio Emanuele III), l’avvocato Feliciano Nimis e diversi nobili proprietari terrieri come i conti d’Attimis-Maniago, de Puppi, Orgnani, Kechler.
Costituirono l’editrice Sve che riuscì ad acquistare l’ex stabilimento del Popolo del Friuli fascista dove, subito dopo la liberazione, si era insediato il quotidiano del Cln, Libertà. Dal 24 maggio 46 da quell’edificio, vistosamente danneggiato dai bombardamenti, uscì anche il Messaggero Veneto».
Messaggero, quindi, con l’occhio che guarda a Roma, e Veneto, con un sottotitolo: “quotidiano delle tre Venezie”. Il progetto, quello sognato da Mascilli Migliorini, di un giornale italiano e unitario per il Nord Est si completerà solo con l’annessione di Trieste, nel 1954, quando Enrico sta ormai lasciando il Giornale di Napoli per immergersi in un nuovo esperimento (la nascente Rai). Gorizia era diventata italiana già nel 1947, con il Messaggero che aveva seguito con attenzione e rabbia le fasi della sua liberazione nel maggio del ‘45 e l’esclusione dal Regno decisa in Francia nel ‘46. A guardare oggi una Gorizia senza filo spinato in un’Europa senza muri, il disegno del nascente Messaggero e il sogno del giovanissimo Mascilli Migliorini sembra realizzato.
Enrico sarà direttore dal ‘46 al ‘47, nel suo archivio personale sono conservati dei dattiloscritti del periodo, tra cui la lettera di assunzione, di maggio 1946, e quella della risoluzione del rapporto, di agosto ‘46: una delle stranezze tipiche di mio nonno. Sono gli anni degli annunci del generale Airey, del “Territorio Libero”, degli anglo americani on the ground e dei confini mobili, in cui il Cln della Venezia Giulia è in contatto «con il Capo provvisorio dello Stato, presidente del Consiglio dei ministri e il ministero degli Esteri protestando contro il tracciato del confine provvisorio, che è patentemente contro la lettera e lo spirito del trattato di pace e lede i diritti acquisiti dall’Italia”, leggo da uno dei fogli dell’archivio e mantengo le maiuscole così come sono state battute.
È la prospettiva di chi ha lottato per un’Italia libera dal nazifascismo e che vede già i nuovi “invasori”: la prospettiva di chi, a suo parere, non ha perduto la guerra. Di chi, da monarchico, ha preso parte alla Resistenza perché riproponeva i valori del Risorgimento, del cui processo cui la monarchia in Italia fu garante. E in questo sta lo slancio, la proposta, la voce che Mascilli Migliorini vuole dare al suo Messaggero e che scriverà poi in Quella scelta di italianità: nazioni forti nelle proprie identità e libere reciprocamente. Un progetto che nell’odierna Europa suona ancora attuale.
Soprattutto il Messaggero di quell’anno raccontava una guerra che proseguiva, lungo i labili confini, tra le scaramucce con gli slavi e i capannoni dei contadini che prestavano i furgoni (o comunque li dovevano cedere) ai partigiani che ancora avevano da lavorare. Il giornale si incarica di dare voce a quei friulani che si ritrovano Titiani, magari dopo aver combattuto al fianco di partigiani italiani, e si fa megafono di un’identità “tradita” dai trattati di Parigi. Non è il solo, basti pensare a L’orologio, romanzo in cui Carlo Levi traccia con una prosa che diventa poesie la viva sensazione di tradimento provata da quelli che avevano sostenuto il governo resistenziale di Ferruccio Parri e ora vedevano Alcide de Gasperi salire ai vertici del comando nazionale.
Quando lascia Udine, i colleghi lo salutano con una finta prima pagina. Un piccolo Enrico, con i capelli corvini, fa le veci di Pinocchio in mezzo ai carabinieri in pompa magna. Il numero titola: “Arrestato Enrico Mascilli Migliorini, voleva ricostruire in Friuli il Regno delle due Sicilie”. Lo ha conservato con affetto nella sua casa del Vomero con vista Vesuvio per tutta la vita.
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