Eccidi ed esodo, le colpe del maresciallo Tito
La sua presa di potere fu caratterizzata da un’ondata di violenza politica: la minoranza italiana veniva percepita come nemico di classe e antagonista etnico

Nel Giorno del ricordo non dobbiamo dimenticare le colpe di Josip Broz detto Tito su quanto accadde nel confine orientale dal 1943 al 1945. Infatti la brutale conduzione della guerra da parte dei partigiani jugoslavi, anche nei confronti dei civili italiani, era avvenuta nella convinzione del leader indiscusso Tito, che il futuro Stato di Jugoslavia avrebbe compreso anche l’intera Venezia Giulia e parte del Friuli, oltre a Istria, Slovenia e Dalmazia, tutti territori che, esclusa la Slovenia, venivano erroneamente, ma volutamente, da lui considerati abitati in prevalenza da popolazioni slovene e Croate.
In Tito e nei suoi più stretti collaboratori ai vertici del partito e dell’esercito partigiano, vi era la profonda convinzione che la guerra che stavano combattendo e vincendo avesse una triplice caratterizzazione: politica, nazionale e sociale, in cui quella che era considerata minoranza italiana veniva percepita come nemico di classe e antagonista etnico. D'altronde il movimento partigiano comunista di Tito sotto l’egida di Stalin non nascondeva la natura totalitaria che la nascente Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia avrebbe avuto.
La presa del potere da parte di Tito fu caratterizzata da una inusitata violenza politica, che colpì con immediatezza nei territori posti fra il fiume Isonzo, la Slovenia, la Croazia e la costa adriatica e fece circa 9.000 morti fra i domobranci, decine di migliaia fra i belogardisti di Slovenia, almeno 60.000 fra gli ustascia croati e molte migliaia fra i fascisti italiani e tra gli italofoni in generale.

Era una violenza di stato, voluta proprio da Tito e dai suoi fedeli vertici del partito comunista e dell’esercito partigiano Jugoslavo che avevano definito gli interventi di coordinamento, di controllo e di annientamento dei nemici del popolo con l’Ozna, la polizia politica partigiana titina e con farseschi tribunali del popolo in azione fino dal 1943 con internamenti, esecuzioni ed eliminazione anche nelle foibe.
Gli interventi di “epurazione preventiva” facevano parte di un disegno strategico rivoluzionario che doveva essere attuato in tutti i territori di Jugoslavia e quindi anche e soprattutto nella Venezia Giulia, nell’Istria e nella costa dalmata, abitata da italiani anticomunisti, che nei piani di Tito ne avrebbero fatto parte; la violenza rivoluzionaria era quella fondamentale modalità operativa, che avrebbe portato all’avvento del comunismo e alla creazione di uno Stato Federale Socialista senza nessun impedimento né rallentamento. Nei territori adriatici da acquisire, l’eliminazione fisica di individui, ma anche la strage di intere comunità avverse, non solo aveva finalità punitive nei confronti di chi era accusato di crimini politici o etnici contro i popoli sloveno e croato come i combattenti nazisti e fascisti, gli uomini degli apparati repressivi e delle istituzioni italiane dichiaratamente fasciste, ma anche nei confronti di tutti coloro che, mai si erano macchiati di crimini o prepotenze, ma erano più o meno manifestamente, contrari alla realizzazione di uno Stato Socialista Jugoslavo nel loro territorio.
Persino parecchi antifascisti italiani che avevano aderito al Clnai, ed erano stati combattenti delle formazioni partigiane italiane e slovene, ma che adesso non volevano sottoporsi agli ordini dei comandi sloveni o che erano contrari all’annessione alla Jugoslavia della Venezia Giulia furono eliminati o per sfuggire a tale sorte dovettero darsi alla macchia e mettersi in salvo in territorio inequivocabilmente Italiano. Tale spregiudicato e crudele modo di agire aveva anche finalità intimidatorie nei confronti di tutta la popolazione; coloro che si sarebbero opposti al nuovo ordine politico militare, sapevano cosa li attendeva.
Iniziò quindi per gli italiani la ricerca della salvezza in Italia che diventerà un vero e proprio esodo di centinaia di migliaia di persone nel 1945. Un incontrollato giustizialismo si diffuse in tutti i territori abitati da italiani, in cui aleggiava risentimento etnico e volontà di abbattere le presunte soverchierie economico sociali e il supposto sfruttamento perpetrato dagli italiani e si respirava per di più un’aria di resa dei conti per contrasti familiari che comportò casi di linciaggio e di violenze personali e persino stupri.
Moltissime furono le vittime incolpevoli di un cieco panslavismo e revanscismo teso a spazzare via per intero la classe dirigente italiana, e i punti di riferimento delle comunità che avrebbero potuto intralciare un immediato affermarsi del socialismo jugoslavo. L’ordine dato da Tito ai suoi collaboratori e quindi all’intero esercito partigiano era chiaro “epurazione preventiva” e “intimidazione costante” che per la maggioranza degli italiani senza colpa comportò l’abbandono delle proprie case e di quella che sentivano essere la propria terra.
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