«Dura vivere nel teatro di relazioni poco artistiche»

Danio Manfredini, forse l’ultimo degli outsider del teato italiano,  è a Pordenone, dove sta tenendo una masterclass in commedia dell’arte

PORDENONE. Poche e preziose le apparizioni di Danio Manfredini, forse l’ultimo degli outsider del teato italiano, nella nostra regione: qualche seminario alla Nico Pepe, e uno spettacolo, “Il sacro segno dei mostri”, una tenera drammatica e comica full immersion nel mondo del disagio psichico, nel 2007 al Mittelfest targato Ovadia.

In questi giorni Manfredini, vincitore di ben 5 Premi Ubu è a Pordenone, dove sta tenendo una masterclass in commedia dell’arte per gli allievi del Festival L’Arlecchino errante. Manfredini, inoltre presenterà questa sera alle 21 all’auditorium Concordia il suo ultimo spettacolo, “Vocazione” e domani alle 18 nell’ex Chiesa di San Francesco riceverà il Premio Stella dell’Arlecchino errante.

In “Vocazione” Manfredini affronta la questione “teatro”, dal suo di dentro piú misterioso, quel quid che trasforma un attore in un personaggio che a sua volta deve farlo arrivare al pubblico emozioni, pensieri, stati d’animo.

«Perché vocazione – spiega – è chiamata che a sua volta ha bisogno di una risposta: una necessità, una scelta che, al di là delle difficoltà e/o delle convenienze ti porta a vedere il lavoro dell’attore come una visione del mondo, un pensiero che deve essere comunicato, condiviso».

Nello specifico di “Vocazione”, l’attore e regista, che sarà affiancato da Vincenzo Del Prete, interpreta alcuni frammenti di testi celebri (Da Minetti di Bernhard a Il gabbiano di Cechov), i cui protagonisti sono attori « in crisi, falliti, arrabbiati, sul punto di cedere; questo per raccontare la vita dell’artista, e perciò ho attinto alla mia biografia, incontri persone luoghi accadimenti, la vita che alimenta l’arte, il lavoro e viceversa».

Una vita d’artista, quella di Manfredini, assai defilata, che mai ha rincorso mode o istituzioni, «per cui sopravvivo a fatica in un mondo teatrale, come quello italiano che si regge soprattutto su relazioni, non sempre e non propriamente artistiche; faccio soprattutto seminari e trasmetto quel poco che so ai giovani».

«Lo so, è colpa mia - incalza -, ma non riesco a stare al passo con ritmi tempi e modi del teatro italiano. Spesso mi propongono spettacoli ai quali rinuncio perché dovrei realizzarli in 30 giorni, magari su testi e compagni di lavoro imposti».

Invece? «Invece io ho bisogno di lavorare molto su un’idea, devo lasciarla sedimentare. Vivo e cerco di fare arte della mia insicurezza».

Di qui anche i pochi spettacoli realizzati in oltre trent’anni di carriera. Spettacoli originali o tratti da classici che sono «altrettante lenti di ingrandimento sulla sofferenza, il disagio, l’esclusione, contesti non pacificati e di squilibrio da cui vengono però piú facilmente fuori, stati d’animo, emozioni».

Ha ancora senso far teatro? «Quando sono davanti al pubblico e sento che c’è un respiro comune, sí. Altre volte sembra di rompere le palle, per quanto poco il teatro è considerato, oggi in Italia».

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