Donne ad Auschwitz scolpite nella Memoria

Domani alle 18 a Udine la traduzione di Gaspari del libro di Charlotte Delbo che aprí la strada alle testimonianze dai lager

UDINE. Le prime notizie sui campi di annientamento nazisti cominciarono a diffondersi nel 1942. Erano notizie vaghe, tuttavia fra loro concordi: delineavano una strage di proporzioni così vaste, di una crudeltà così spinta, di motivazioni così intricate, che il pubblico tendeva a rifiutarle per la loro stessa enormità.

E' significativo come tale rifiuto iniziale fosse stato previsto con anticipo dagli stessi colpevoli. Molti sopravvissuti ricordano che gli uomini delle SS si divertivano ad ammonire cinicamente i prigionieri: “In qualunque modo questa guerra finisca - dicevano - la guerra contro di voi l'abbiamo vinta noi. Nessuno di voi rimarrà per portare testimonianza, ma se anche qualcuno scampasse il mondo non gli crederà. Forse ci saranno sospetti, ma non certezze perché noi distruggeremo le prove insieme a voi”.

Parole tremende, tratte da un libro che tutti dovrebbero leggere e rileggere, “I sommersi e i salvati”, di Primo Levi, proseguendo così in quel viaggio nella memoria, fatto di incontri, testimonianze, riflessioni, che diventa fondamentale anche oggi a 70 anni dall'immane tragedia.

Le cose non andarono come previsto dai nazisti perché tutto è stato alla fine svelato, narrato, documentato, in primo luogo grazie a chi sopravvissuto ha sentito fin dai primi tempi, a scopo di liberazione interiore, come impulso immediato, di urlare e mostrare quanto era avvenuto nei campi di sterminio, luoghi allestiti per la più terrificante demolizione umana mai organizzata.

Nel programma udinese per la “Giornata della memoria 2015” due incontri sono dedicati a una scrittrice che ha raccontato con passione, sofferenza e rigore storico una vicenda di donne, rimasta finora sconosciuta almeno in Italia. Mercoledì 28, alle ore 18, nella sala Corgnali della biblioteca Joppi, Elisabetta Ruffini e Frediano Sessi presenteranno il libro “Donne ad Auschwitz” (252 pagine, 22 euro) pubblicato dell'editore Gaspari di Udine.

Si tratta della prima traduzione in italiano di un testo apparso nel 1965 rappresentando uno dei primi esempi di “libri della memoria” in Europa. E alla sua autrice, Charlotte Delbo, sarà dedicata anche una mostra, intitolata “Una memoria, mille voci”, che sarà inaugurata venerdì 6 febbraio a palazzo di Toppo Wassermann, sede dell'università in via Gemona, restando aperta fino all'8 marzo.

Curata dall'Istituto storico bergamasco per la storia della Resistenza e promossa dall'Istituto friulano per la storia del movimento di Liberazione, è già stata proposta in molte città francesi e al Parlamento europeo per raccontare la vita e le battaglie della scrittrice (1913-1985), figlia di emigrati italiani e figura di spicco nella Resistenza e nella lotta clandestina contro i nazisti, che venne arrestata assieme al marito, in seguito fucilato.

Nel libro proposto a Udine, Charlotte narrò un sorta di autobiografia collettiva che, in modo minuzioso, appassionato, commovente, racconta la vita di 229 donne francesi, non ebree, che il 23 gennaio 1943 furono deportate ad Auschwitz-Birkenau.

La maggior parte di loro aveva collaborato con il movimento partigiano e al termine della guerra solamente 49 fecero ritorno a casa, ma già in aprile, dunque a soli tre mesi dall'internamento, le superstiti non erano più di 70 a causa delle temperature rigide, della denutrizione, delle malattie.

Chi, almeno in questo gruppo di donne non ebree, evitò in seguito la morte lo dovette a un attenuamento nelle condizioni di prigionia le cui ragioni restano misteriose, inspiegabili, ma la Delbo non escluse gli effetti di una trasmissione di Radio Londra in cui un dirigente comunista, Fernard Grenier, denunciava le condizioni in cui era rinchiuse le donne francesi in base a notizie avute da un polacco fuggito da Auschwitz.

Erano appunto i primi confusi messaggi che si stavano diffondendo sulla tragedia dei lager. “Ma se il nostro convoglio - aggiunge Charlotte Delbo - ha avuto un così alto numero di sopravvissute (sì, per Birkenau, 57 su 229 dopo sei mesi nel 1943 è un dato eccezionale, unico nella storia del campo) è perché ci conoscevamo già, è perché noi formavamo, all'interno di un grande gruppo compatto piccoli gruppi strettamente legati, è perché ci aiutavano in tutte le maniere: darsi il braccio per camminare, sorreggersi, curarsi, anche il solo parlarsi.

La parola era difesa, riconforto, speranza. Parlando di ciò che eravamo prima, continuavamo questo prima, conservavamo la nostra realtà. Ciascuna delle sopravvissute sa che senza le altre non sarebbe ritornata”.

Charlotte narra e delinea ciascuno di quei 229 volti, talvolta con ampiezza di notizie, altre con i pochi frammenti disponibili, precisando le età, la provenienza, i nomi dei genitori, dei mariti, dei figli.

E poi per ognuna di essere svela il destino cui andarono incontro. Riemergono così dall'oblio 229 vicende che non vanno dimenticate, perché tutte travolte dalla immane brutalità. Come nel caso di Leone Seignolle, classe 1901, di cui non si sa da dove veniva né il motivo per cui era lì.

Su un pezzo di carta di cioccolata aveva lasciato l'indirizzo di una casa, abbattuta in un bombardamento. O come in quello di Alice Viterbo Lombroso, italiana nata ad Alessandra d'Egitto, cantante lirica, priva di una gamba a causa di un incidente d'auto.

Faceva sforzi sovrumani per camminare, tenersi in piedi, appoggiata a una compagna, che lavorava nel gabinetto dentistico e alla quale diceva: “Portami del veleno”. Morì nel febbraio del 1943, quasi subito dopo l'arrivo a Birkenau. La sua gamba artificiale giaceva nella neve ancora molto tempo dopo.

Le 229 francesi erano entrate nel campo di sterminio a testa alta, cantando la Marsigliese davanti al ghigno di SS e kapò. Assieme, coalizzandosi, hanno tentato di resistere anche lì e non si sono fatte annientare totalmente.

Charlotte rievoca la loro coraggiosa storia, da far conoscere attraverso il libro e la mostra a Udine. Avevano continuato a sognare anche se, come scrisse Primo Levi, guai a sognare in quei luoghi: il momento di coscienza che accompagnava il risveglio era la sofferenza più acuta.

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