Don Luigi Ciotti in Friuli contro le mafie: «Sono arrivate: ora il rischio è sottovalutarle»

Il fondatore di Libera ha rivolto parole di conforto e speranza ai genitori di Giulio Regeni, presenti in sala. Oggi sarà al Sello
Zugliano 18 Novembre 2018 don ciotti Agenzia Petrussi foto Massimo Turco
Zugliano 18 Novembre 2018 don ciotti Agenzia Petrussi foto Massimo Turco

«Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, Eddie Cosina, Liliana Caruso e Agata Zucchero, Angelo Vassallo, Rita Atria, Cosimo Cristina, Marcella Di Levrano, Giulio Regeni: sono tutti seduti al nostro fianco, qui e oggi», scandisce Davide, uno dei giovani volontari di Libera reduce dalla due giorni di incontri organizzata tra la Comunità Nove di Udine e il Centro Balducci di Zugliano. Ed è da lì, dai nomi delle «vittime innocenti» e dalla «fame di conoscenza dei nostri ragazzi», che don Luigi Ciotti decide di partire per introdurre oltre un’ora di appassionata orazione. Lo fa, volgendo lo sguardo verso la prima fila della sala, dove siedono Paola e Claudio Regeni. «Ce li portiamo tutti i giorni nel cuore – dice –, perchè la nostra è memoria viva e non quella fatta di sole marcette. Memoria che si traduce in responsabilità e impegno. E che ai giovani deve dare non parole, ma opportunità e punti di riferimento».

Si parla di mafia, quella che ha messo radici anche nelle regioni del nord, e la sala è gremita. «Alcune verità sono scomode, ma bisogna prenderne coscienza», avverte il fondatore di Libera, in Friuli per presentare il ricco cartellone di iniziative che, nel 2019, accenderanno i riflettori proprio sul Nord-Est. È la relazione conclusiva della Commissione parlamentare antimafia presieduta dall’onorevole Rosy Bindi a offrire l’affresco di una mafia che «ha assunto formule organizzative e modelli d’azione sempre più multiformi e complessi».

Un quadro «inquietante» e che si riassume in quattro punti. «Il progressivo allargamento del suo raggio d’azione – osserva don Luigi, ricordando come non vi siano più regioni d’Italia che possano dirsi esenti –, profili organizzativi flessibili e reticolari, la vocazione imprenditoriale espressa nell’economia legale e nei mercati e, infine, la promozione di relazioni e complicità con attori della cosiddetta “area grigia”, cioè di uno spazio relazionale al confine tra la sfera legale e quella illegale». Aspetto, quest’ultimo, di cui don Ciotti ha rivendicato l’intuizione originaria, «umilmente, con le nostre antenne sul territorio», e che ora trova conferma nelle indagini delle forze dell’ordine.

Ma se questa è l’“attualità” descritta in 1.500 pagine di rapporto ufficiale, tutt’altra pare essere la percezione che del fenomeno ha la gente. Il riscontro, anche in questo caso, poggia su dati certi: Libera li ha raccolti ed elaborati attraverso una ricerca che ha evidenziato la «sottovalutazione della pericolosità» delle mafie. «Perchè nella testa di molti resta l’equazione con i fatti di sangue – spiega –. Ma non si pensa alla marea di morti viventi che si possono produrre anche senza le armi: persone private della loro dignità, del lavoro, dei servizi». E allora, il rischio diventa paradossalmente un altro. «La resistenza a cogliere l’evoluzione delle mafie – avverte don Ciotti – può portare a normalizzare il problema. Proprio come avvenne con la droga, che adesso è tornata più di prima». E che è l’altra ragione che ha portato il presidente di Libera in Friuli: un incontro in programma stamani, al liceo artistico Sello di Udine, dov’era iscritta Alice Bros, la sedicenne morta per una probabile overdose da eroina lo scorso 3 ottobre, nei bagni della stazione dei treni. Una tragedia che impone a sua volta una profonda riflessione, mettendo al bando ogni neutralità. «Dobbiamo assumerci tutti la responsabilità di lottare – è la conclusione –, quando vediamo che il corso della vita sta prendendo una direzione contraria alla libertà e alla dignità delle persone» —
 

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