Dimartino in castello a Udine per il concerto del risveglio: «Sarà un evento molto intimo»

Dopo il palco sanremese con l’amico Colapesce il cantautore siciliano sabato mattina alle 7 presenta il nuovo album

 

Elisa Russo
Il siciliano Dimartino protagonista del concerto del risveglio a Udine
Il siciliano Dimartino protagonista del concerto del risveglio a Udine

«È bello arrivare dall’altra parte d’Italia: partiamo da Palermo, spero di visitare Udine, conosco poco il Friuli, ho solo un bellissimo ricordo della zona dei laghi di Tarvisio dove ho suonato qualche anno fa»: è il siciliano Dimartino il protagonista del concerto del risveglio al Castello di Udine sabato alle 7 del mattino.

L’evento, a ingresso gratuito sino esaurimento dei duemila posti disponibili, è organizzato dal Comune di Udine, in collaborazione con VignaPR e FVG Music Live, nell’ambito della Notte Bianca di Udine Estate 2026. Dopo i successi sanremesi con Colapesce (“Musica Leggerissima” nel 2021 e “Splash” del 2023) e a sette anni dal precedente, Dimartino (al secolo Antonio Di Martino) torna solista con “L’improbabile piena dell’Oreto”, il suo quinto album, dalle tinte folk, pubblicato da Numero Uno/Sony Music.

Dimartino, cosa propone per il risveglio?

«Un concerto molto intimo, io chitarra e voce e l’altra chitarra di Fabrizio Cammarata. Con Fabrizio collaboro da tanti anni, nel 2018 avevamo realizzato per La Nave di Teseo un libro e un disco su Chavela Vargas, cantante messicana, amante di Frida Kahlo – includeremo qualcosa in scaletta».

La piena dell’Oreto: improbabile ma non impossibile?

«L’idea della improbabilità mi sembrava più giusta rispetto al fiume Oreto, secco e arido, ma la cui piena non è impossibile, potrebbe anche straripare. Traslando all’essere umano: l’improbabilità emotiva. Mi sono chiesto se dopo una certa età ci sia ancora possibilità di emozionarsi, di provare una piena emotiva».

Una metafora della vita anche in quanto il fiume nasce puro e proseguendo si sporca?

«Esatto, come noi, che siamo corruttibili, ci corrompiamo andando avanti, man mano che facciamo esperienze».

L’essere umano con gli anni tende a inaridirsi?

«Il mondo va a peggiorare, stiamo assistendo a una degenerazione della cattiveria umana e all’abitudine ad accettarla come qualcosa di socialmente indiscutibile, non riusciamo più a calcolare il peso delle emozioni che ci vengono propinate dal nostro feed di Instagram. È un tempo complicato, quindi inaridirsi è più facile. Ma abbiamo anche tanti strumenti per difenderci: musica, film, viaggi. La curiosità è un antidoto, culturale e spirituale».

C’è poi l’idea del flusso del fiume, ripreso dalle canzoni che scorrono senza sosta?

«Sì, le canzoni le ho pensate proprio collegate da un fiume ininterrotto di suoni. E tra un pezzo e l’altro si sente sempre questo andare e venire di un sintetizzatore che riproduce il suono del fiume e racconta il flusso di energia che attraversa la vita di un essere umano».

Ci sono riferimenti poetici e letterari: Garcia Lorca, “Cuore di tenebra” di Conrad, il realismo magico. Cos’altro le piace?

«Sono un amante di alcuni scrittori siciliani, Bufalino, Consolo, ultimamente sto leggendo Chatwin, mi appassiona molto la letteratura di viaggio».

L’album si chiude con “Storia della mia rabbia”. La rabbia è un animale che dobbiamo addomesticare?

«Ho immaginato come una specie di bestia che cresce insieme a noi, in qualche modo dobbiamo prendercene cura, perché se la lasciamo vincere, fuggire dalla catena immaginaria, in qualche modo può anche divorarci e può diventare il mostro di noi stessi. E quindi si dovrebbe educare a trattenerla, a tenerla a bada».

Molti l’hanno conosciuta per il sodalizio con Colapesce. Tutti e due arrivavate da una dura gavetta e insieme avete trovato il successo?

«Venivamo dall’indie, come il mio carissimo amico Brunori. Io e Colapesce ci siamo divertiti tantissimo, in realtà il nostro è un rapporto stretto che continua, soprattutto si basa su un’amicizia, rimane un confronto giornaliero su quello che succede al mondo, anche su ciò che scriviamo».

 

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