L’acqua non è un mondo silenzioso: il mare tra biofonie e l’assedio del rumore umano
La ricercatrice Daniela Silvia Pace chiude il ciclo di Scienze a Udine: «Il traffico navale è un vero inquinante che sovrasta il canto delle balene». Dalle eliche ai martelli pneumatici sottomarini, ecco come l’antropofonia sta soffocando la vita negli abissi. Cinque volte più veloce che nell’aria

Con Daniela Silvia Pace, ricercatrice del Consorzio Interuniversitario delle Scienze del mare (CoNISMa) dell’Università di Roma Tor Vergata si chiude il ciclo Le lezioni di Scienze nate dalla collaborazione tra Editori Laterza e la Fondazione del Teatro Nuovo Giovanni da Udine con il sostegno di Confindustria Udine e la Media Partnership del Messaggero Veneto. Già declinate nei mesi scorsi nei quattro elementi fondamentali, aria, fuoco, terra, un filo rosso per avvicinarsi alle meraviglie del nostro Pianeta, raggiunge oggi l’ultimo dei quattro elementi, l’acqua, con l’intervento di Daniela Silvia Pace. All’intervento “Il mondo sotto di noi” ci introduce la stessa Pace la cui attività di ricerca si concentra sull’ecologia, l’acustica, il comportamento e la conservazione dei mammiferi marini, e sull’impatto del rumore su queste specie nell’ambito della Strategia Marina dell’EU.
Pace è inoltre membro dei gruppi di lavoro sui disturbi antropici del Santuario Pelagos per i mammiferi marini e dal 2016 coordina il progetto “Delfini Capitolini”, lo studio a lungo termine sulla popolazione di tursiope che abita il litorale romano. «Inizierò il mio intervento parlando di Jaques Cousteau che alla fine degli anni Cinquanta realizzò un famosissimo documentario intitolato “The silent world” in cui il mondo marino era raccontato come un mondo silenzioso. Io dirò che è esattamente il contrario: il mare è un luogo pieno di suoni sia di origine antropica sia di origine naturale ovvero biologica con organismi marini che emettono suoni in modo attivo e passivo, così come esistono rumori naturali dovuti alla pioggia sull’acqua, ai terremoti sott’acqua, ai vulcani sottomarini. Tutti questi componenti sono di tipo naturale quindi, sono prodotti da animali o da eventi. Poi c’è tutta la componente dell’attività umana. Diciamo che nell’ambito di questo particolare un paesaggio acustico questi tre elementi si chiamano antropofonie (i suoni generati dalle attività umane), biofonie (generate dagli animali) e geofonie (generate dai fenomeni fisici)».
Noi umani dunque solo inquiniamo da un punto di vista chimico e organico, riusciamo a fare molto di più.
«Infatti! In questo momento i suoni di origine antropica stanno diventando talmente impattanti sia da un punto di vista sia di livello energetico, che di intensità e frequenze. Queste ultime, si vanno a sovrapporre alla frequenza con cui gli animali comunicano e fanno le loro attività. Quindi effettivamente il rumore di origine antropica è stato riconosciuto come un vero e proprio inquinante tant’è che nell’agenda 2030, uno dei punti è intitolato immissione di energia in mare. Il rumore però è un inquinante con caratteristiche diverse. Se ci pensiamo, se spegniamo la sorgente antropica di fatto l’impatto non c’è più. Teoricamente sarebbe semplice mitigare gli effetti del rumore perché il traffico navale che è quello che cronicamente invade i nostri mari è impossibile da limitare».
Va bene, siamo tutti collegati, pensiamo soltanto quanto la chiusura dello Stretto di Hormuz a causa della guerra, stia danneggiando le economie mondiali, ma basterebbe ad esempio limitare il traffico delle navi da crociera, che inquinano tantissimo e contribuiscono a compromettere il canto delle balene o la comunicazione tra i delfini.
«Esatto. Io mi occupo in particolare dell’acustica dei mammiferi marini e dei cetacei e parlerò nel dettaglio di queste specie che sono le più impattate dall’inquinamento acustico. Vi racconterò di come le balene e delfini emettano i suoni, e della differenza della fonazione (non c’è la laringe). Molti pensano che questi animali producano i suoni in analogia con le corde vocali ma non è così. Vi darò informazioni su come comunicano a grande distanza. E poi parleremo delle due tipologie di rumori ad esempio: quello continuo prodotto dalle eliche delle navi. In quel caso si potrebbe porre rimedio intervenendo sull’architettura degli scafi. Certamente vorrebbe dire fare un impressionante investimento per innovare tutti gli scafi, però ci sarebbero misure almeno per diminuirne l’impatto. Le altre tipologie di rumore chiamate intermittenti o pulsate sono ad esempio quelle prodotte dalla costruzione di un impianto eolico. Per infiggere i pali ci sono macchinari enormi con martelli che fanno un rumore intermittente. È chiaro che a seconda delle caratteristiche di queste sorgenti possono impattare sugli organismi viventi in modo diverso. Approfondiremo la questione delle conseguenze fisiologiche sugli esseri marini che esattamente come gli esseri umani esposte al rumore di un martello pneumatico per intere giornate hanno delle ripercussioni importanti sul loro benessere».
Stupisce che gli investimenti in corso sulle automobili per la transizione ecologia ad esempio non trovino similitudini per l’ambiente marino.
«Perché gli investimenti nel settore automobilistico modificano la qualità di vita dell’uomo, pesci e mammiferi stanno in un ambiente diverso, noi non ci viviamo dentro. L’ambiente marino da un lato è meno conosciuto, dall’altro è più difficile da gestire. La percezione dell’uomo delle problematiche legate al mare è molto diversa. Al rumore nel mare non ci pensa nessuno. Piantare un martello in mare significa anche che i suoni si trasmettono in velocità. Cinque volte di più che sulla terra. La propagazione è diversa. Se stai facendo snorkeling senti un motoscafo e ti sembra vicinissimo. Siamo abituati inoltre a fare sempre il paragone con noi stessi. Il nostro orecchio va bene sulla terra. Mammiferi e invertebrati hanno sistemi percettivi completamente diversi. Le pressioni acustiche originate dai suoni sono vibrazioni molto intense e danneggiano i sistemi marini. Il danno è enorme».
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