Dai lager alla Diaz, ai Cie: storia italiana da rileggere

UDINE. «Meno Auschwitz e più Ventotene». Lo studioso Carlo Spartaco Capogreco lancia una provocazione durante i lavori del convegno I campi di concentramento fascisti ospitato ieri in sala Ajace e...
Udine 28 Gennaio 2014 CONVEGNO Copyght Petrussi Foto TURCO
Udine 28 Gennaio 2014 CONVEGNO Copyght Petrussi Foto TURCO

UDINE. «Meno Auschwitz e più Ventotene». Lo studioso Carlo Spartaco Capogreco lancia una provocazione durante i lavori del convegno I campi di concentramento fascisti ospitato ieri in sala Ajace e coordinato da Alessandra Kersevan, editore della Kappa Vu, in collaborazione con il Comune di Udine, l’Anpi, la Fondazione Ferramonti di Tarsi e l’Istituto friulano per la storia del movimento di Liberazione. «Dopo 20 anni la storiografia sui campi italiani è a buon punto, ma andare ad Auschwitz non preserva di per sé dal riproporsi di certe tragedie. È un luogo non “della”, ma “per” la memoria. E la memoria deve riconoscere anche le pesanti colpe degli italiani». Perché il mito degli “italiani, brava gente” «è stato costruito in maniera scientifica, a tavolino – assicura Capogreco –. È un mito che passa dall’assoluzione di tutte le colpe, compreso il ruolo chiave del governo italiano nella creazione di campi di internamento e concentramento. Paradossalmente nel senso dell’assoluzione ha remato pure il popolo ebraico, non perché quelle colpe non ci siano, ma perché si voleva voltare pagina: guardare e andare avanti».

Ma oggi, a oltre 70 anni da quella tragedia, è ora di fare i conti con il passato. «La storiografia sui campi è arrivata a un punto di snodo fondamentale – continua Capogreco, docente dell’università della Calabria e autore del testo I campi del Duce –. Gli studi sull’argomento sono cominciati all’inizio degli anni Ottanta e nel 2003, dopo circa 20 anni, l’argomento è entrato nella storiografia ufficiale. Pagine e pagine di scritti sull’internamento civile hanno fatto breccia, ma c’è ancora bisogno di ricercatori e case editrici pronte a pubblicare queste storie. Perché quei campi erano istituiti e gestiti direttamente dal ministero dell’Interno, inizialmente reprimevano il dissenso coloniale e, dal 1940, erano internati anche gli antifascisti». E poi un avvertimento: «Il fascismo del futuro non vestirà piú la camicia nera – chiosa Capogreco –, ecco perché dobbiamo dare ai giovani gli strumenti per capire: la ribellione e il sopruso devono essere bloccati subito, sul nascere». Ad aprire i lavori, dopo i saluti dell’assessore alla Cultura Federico Pirone, è stato Piero Purini. Suo il compito di dare una lettura contemporanea della storia: «Parliamo di campi fascisti, ma dobbiamo sottolineare le colpe dello Stato: anche oggi ci sono i Centri di identificazione ed espulsione, i cosiddetti Cie, e c’è la caserma Diaz, c’è la caserma Bolzaneto. Pagine della storia recente che non possiamo dimenticare».

Michela Zanutto

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