Da Borgo Grazzano alla Milano del boom la storia dei Sartori racconta l’Italia

C’è molto Friuli nel nuovo romanzo di Giorgio Fontana L’avventura di una famiglia attraverso quattro generazioni

Paolo Medeossi

La storia di una famiglia può cominciare anche con un atto di vigliaccheria, una diserzione di fronte ai doveri militari e alla vita. E lì, in un bosco friulano nei giorni di Caporetto, comincia la storia dei Sartori che attraverso il personaggio più indifeso, più complesso, uno sbandato, un anarchico frustrato, in fuga da se stesso, ovvero papà Maurizio, arriva fino ai giorni nostri, passando a un certo punto dal Friuli alla Milano del boom, attraverso vicende che ogni famiglia italiana ha dovuto in qualche modo affrontare. C’è allora il romanzo di un gruppo di persone unite da affetti, duri e difficili, che si accompagna a quello generale di un Paese narrato nei contorcimenti, nei drammi, nei sogni, nelle delusioni collettive. Nasce e cresce così un affresco vasto, in cui è necessario trovare una sintesi significativa per evocare un volto o un episodio con il quale confermare ancora una volta come, regola eterna, sia la Storia con la S maiuscola a imporre il ritmo, mentre agli uomini non resta che ballare, come sanno e possono.

Maurizio Sartori, vagabondo nel Friuli invaso dal nemico dopo Caporetto, trova rifugio in un casolare dove viene ospitato con diffidenza, ma anche con tanto amore da parte di Nadia, che proverà sempre per quell’uomo un sentimento contrastante, da esorcizzare con paroline da ripetere all’infinito: “Troviamo il modo di volerci bene, biondino”. Ma lui ha un mostro dentro, che gli morde l’anima, e al quale, immergendosi nel mondo tradizionale friulano, riesce a dare anche un nome, e cioè “cjalcjut”, lo spirito maligno che arriva di notte e si siede sul petto, negando pace e serenità. Maurizio lo scopre quando, dopo l’ennesima fuga dalle responsabilità, viene rintracciato dal padre di Nadia, un furibondo contadino friulano che per mezza Italia cercava chi aveva messo incinta la figlia. Così Maurizio, eterno disertore, deve seguirlo andando incontro a un destino che affronta in qualche maniera con mezzi inadeguati, dominato dall’ombra del “cjalcjut”.

Questa storia, che poi dura un secolo, è raccontata in un libro molto friulano anche se a scriverlo non è un autore di qui. Giorgio Fontana, originario di Saronno, rivelazione nel 2014 quando vinse il premio Campiello con “Morte di un uomo felice”, stavolta si è voluto cimentare con una vicenda sterminata per proporre una nazione letta attraverso il vissuto di chi partendo da zero, e in quattro generazioni, ha dovuto conquistare tutto, boccone dopo boccone, anche la stima e la dignità di sé.

Si intitola Prima di noi il romanzo da poco uscito per Sellerio e che, in qualche modo, ricorda imprese letterarie con simili intenti. E noi, da friulani, non possiamo dimenticare “Le confessioni di un italiano” di Ippolito Nievo dove l’arco di tempo narrato va dal 1775 all’unità d’Italia. Altro eventuale riferimento è un libro ottocentesco ora poco noto, come “Cento anni” di Giuseppe Rovani, ambientato a Milano. Fontana, ispirandosi alle vicende del nonno, costruisce il suo cammino lungo ben 890 pagine, affidandolo a una lettura lenta e meditata, un po’ come lo scorrere dell’acqua nelle rogge di Udine, protagoniste assolute nella prima parte, perché in borgo Grazzano vanno a vivere Nadia e Maurizio con i tre figli: il poeta Gabriele, l’altruista Domenico, il ruvido Renzo. Lo scrittore ha studiato bene la città (e nelle note ringrazia la Filologica friulana per la collaborazione avuta). La toponomastica classica di allora c’è tutta, da piazza Contarena a via della Posta a via Zorutti. Meno tipici invece i cognomi scelti per i personaggi (Covicchio, Olbat, Marz, Culiat...) . Nei dialoghi ci scappa ogni tanto qualche parola in friulano, come “frut o cemût”. Non era certo facile rendere in italiano il linguaggio di allora. Per esempio, quando il padre trova Maurizio gli dice: “Hai sedotto mia figlia...”. Da friulani possiamo immaginare una frase ben diversa e arrabbiata.

Una sorpresa questo romanzo, pure nel raccontare con cura cronologica il periodo della guerra e della Resistenza, prima del successivo sbarco familiare a Milano. Da dove, nella conclusione datata 2012, tornerà una nipote per portare a Udine, sulla tomba di Maurizio, un fiore e una lettera che tutto chiarisce. È la lettera estrema di Nadia al suo biondino (“Le cose bisogna saperle e farci i conti”). –

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