Conoscere il Friuli? Ci pensa Angelo Floramo con una guida “per i veri friulani”

Per coloro che si sentono “veri friulani” o per coloro che aspirano a diventare tali, si prefigura un percorso ardito, di iniziazione o di ritrovata appartenenza, seguendo le tracce e le pagine appassionate dell’ultimo volume edito dalla Newton Compton, scritto e condito da Angelo Floramo, che sollecita insieme occhi, anima e papille gustative: Guida del Friuli per veri friulani.
La premessa, prima di partire in ottima compagnia per un viaggio sensoriale e sentimentale, è una specie di trattatello sulle caratteristiche del friulano medio. Si tratta di note introduttive dell’autore per “un’antropologia semiseria dell’homo furlanus”, che ha ereditato dagli avi aquileiesi la “rusticitas”, parola azzeccatissima e schietta, usata da San Girolamo a indicare un popolo che trovava la sacralità nelle piccole cose e non nello sfarzo, come ricorda Floramo.
«Una filosofia di vita, per la quale la solitudine, la contemplazione della natura, il gusto per il selvatico e l’umore malinconico sono componenti essenziali del vivere, ma non escludono il piacere dell’ebbrezza dionisiaca condivisa, il rito della festa che si rinnova, la passione per la propria storia e l’orgoglio identitario». Il ritratto del “furlanus” si svela di capitolo in capitolo. L’autore segue il “principio dell’ubi consistam”, da tradurre come “luogo del cuore”, ma anche “della coratella, del fegato e del fegatello”, da assaggiare lungo la strada maestra della tradizione.
Il libro è dedicato a “fruts e frutis”, alle nuove generazioni, con l’auspicio di accrescere in loro la consapevolezza del patrimonio friulano, perché non si arrendano e siano pronte a ricominciare, in una terra destinata da sempre alle intersezioni. Illiri, celti, bizantini, goti, slavi, longobardi, tedeschi, veneziani, italiani hanno fuso insieme la loro cultura in arte, memoria, paesaggio, architetture, riti, lingua. E allora non c’è cosa più bella che sentire, oggi, un alunno dell’insegnante Floramo parlare in cinese mandarino strettissimo e subito dopo “par furlan” davanti alle autorità regionali. Il futuro del Friuli sta nella sua capacità di essere inclusivo e meticcio. È questa la bussola del viaggio che si snoda tra le pagine.
Si comincia con la geografia della festa in Friuli. Ogni tappa una sagra, legata a un culto o a un rito dell’anno agrario «al di fuori dal tempio: “pro fano”, in latino», ma anche al di fuori della «saccenza intellettuale», precisa l’autore. Protagonista di volta in volta una prelibatezza: capra, frico, “cais” (lumache), “croz” (rane), “cjarsons”, oca, prosciutto. Così sorprendiamo Floramo mentre gusta «fegato fresco, scottato appena in padella, rosolato con salvia, cipolla e null’altro, a titillarne gli aromi, mentre la polpa, delicatissima, si scioglie nella freschezza del vino bianco novello, meglio se reso frizzante dai capricci del plenilunio».
Le mappe proposte sono tante e appetitose, da assaporare «a passo di lumaca»: da quella della vendemmia a quella delle cantine, alla scoperta di emozioni in un bicchiere o in un bicchierino. C’è il Friuli della villeggiatura e quello laborioso delle aziende agricole, dei centri culturali e dell’archeologia industriale. C’è la galassia del latte e quella dei piaceri della carne nelle macellerie storiche. C’è l’anima del patriarcato di Aquileia, ma anche quella della Mitteleuropa. C’è il friulano che ama andar per rifugi e quello che ama andar per biblioteche e librerie. Il friulano che non rinuncerebbe mai alla barca e quello di acqua dolce, anarchica, permalosa e generosa.
Il viaggio è sempre occasione di incontri. Tra le tante figure, un omone capace di mimare una sorta di danza rituale per le sue arnie. Superata la diffidenza, dopo lungo e accurato esame, concede all’autore di accedere al cospetto della regina, oltre «la ronzante corte di laboriose operaie». La scrittura di Floramo, il suo errare e il suo narrare sono come il miele, che a sua volta è come la memoria: «stilla per sempre, in gocce che hanno il sapore di mille fiori».
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