Come il teatro reagì con forza dopo il sisma: il nuovo documentario di Paolo Patui
Arriva nelle sale il film prodotto per Ert che racconta la reazione culturale che scaturì dopo la tragedia. Spuntarono scuole, compagnie, nuovi festival e laboratori

Ventuno voci a testimonianza di una rinascita artistica dopo la tragedia del 1976. Il terremoto devastò paesi e comunità, ma, giusto il tempo di capire cos’era successo, il popolo friulano si ribellò all’idea di una sconfitta.
“La forza dei legami” è un emozionante documentario prodotto dall’Ert, da un’idea di Alberto Bevilacqua, diretto e plasmato da Paolo Patui con Paola Zoratti, che si prepara a incontrare il pubblico in sei tappe regionali, a cominciare da quella di martedì 20 ottobre, al cinema David di Tolmezzo.
Seguiranno venerdì 23 all’Auditorium Alla Fratta di San Daniele, sabato 24 al Verdi di Muggia, domenica 25 al Comunale di Zoppola, venerdì 30 all’Italia di Pontebba e giovedì 12 novembre al centro Poldini di San Quirino. La dedica dell’opera è una questione di cuore: all’amico e grande musicista UT Gandhi, che troppo presto se n’è andato, lasciandoci le sue ultime, meravigliose musiche. La colonna sonora è firmata anche da Mauro Costantini.
A maggio di quell’anno — cinquant’anni fa — il nostro piccolo mondo fu squassato dalla natura. E se lo ricordano bene tutti e ventuno i protagonisti di un lungo racconto con un fil rouge ben preciso: la testimonianza dell’avvio di un’improvvisa scossa culturale che avrebbe ridisegnato la mappa della prosa regionale. Non soltanto case da ricostruire e fabbriche da riaprire: c’era un’identità da ritrovare, un bisogno di stare assieme, di raccontarsi e d’inventare un futuro. E il palcoscenico diventò uno dei luoghi privilegiati di quella rinascita.
Le prime parole trattengono la paura: lampadari che oscillano, muri che scricchiolano, la fuga nelle strade, le sirene delle ambulanze nella notte. Qualcuno sente ancora il boato, altri il silenzio successivo. C’è chi dice di aver smarrito l'infanzia in pochi secondi. Ma presto le voci cambiano registro: arrivano i volontari, si alzano in fretta le tende e l’io diventa noi.
E quel noi — suggerisce il documentario — sarà il motore di una rivoluzione culturale. Perché il Friuli del dopo terremoto non si limita a riparare ciò che è stato distrutto: comincia a inventare. La politica comprende che la ricostruzione deve riguardare anche le coscienze e la legge regionale 64 del 1981 offre una cornice a un fermento già esploso dal basso. Si recuperano sale, se ne costruiscono altre, nascono strutture e occasioni di lavoro.
È una stagione di entusiasmo quasi febbrile: il Css, il Teatro Club, il Teatro Incerto, il Teatro all’Aria, il Teatrino del Rifo, Ortoteatro, le esperienze goriziane, i festival, il teatro di strada, i laboratori. Il documentario attraversa questa geografia di scoperte senza trasformarla in un catalogo. Ne restituisce piuttosto lo spirito: la voglia di sperimentare, di sbagliare, di discutere fino all’alba, di spostare sedie senza domandarsi a chi spettasse il compito di farlo.
E soprattutto accade qualcosa di impensabile fino a pochi anni prima: fare teatro diventa un mestiere possibile anche restando in Friuli. Spuntano scuole, compagnie professionali e nuove competenze tecniche: la Nico Pepe e gli Artisti Associati, tanto per citare due realtà ancora oggi in fermento. Una piccola regione comincia così a dialogare con i circuiti nazionali e internazionali.
Patui lascia spazio alla leggerezza, indispensabile per raccontare quegli anni. E vien fuori l’incredibile avventura dei sosia di Carlo e Diana, accolti a Udine come autentici reali, con un vigile motociclista a fare da scorta. E il finto principe, ospitato in una casa perché i soldi per l’albergo non c'erano, che al mattino serve il caffè a letto al suo anfitrione. Immaginatevi la scena! Il teatro era anche questo: un gioco collettivo, una sana follia contagiosa.
A ognuno degli ospiti del documentario — attori, giornalisti, politici, organizzatori e tecnici dello spettacolo, storici e scrittori — è stato chiesto di portare idealmente sul proscenio il meglio della propria esperienza di spettatore. E spuntano Dario Fo, Giorgio Gaber, Carmelo Bene, nonché titoli di spettacoli indimenticabili quali “Comedians”, “Nemico di classe”, “Turcs tal Friûl”, “Vajont”. Riaffiora anche il rapporto con la lingua friulana, dapprima strumento di rivendicazione, poi possibilità espressiva libera, capace di dialogare con altre culture senza rinunciare alla propria identità.
Ma La forza dei legami non si ferma alla nostalgia. Interroga anche il presente. Il pubblico è cambiato, sceglie di più, partecipa diversamente. Il circuito dell’ERT ha portato gli spettacoli in decine di località. Prosa, danza, musica e circo contemporaneo convivono in una rete che rappresenta una delle conquiste più importanti di quella stagione.
Forse la risposta più bella arriva da un episodio lontano. Una compagnia giapponese, dopo alcuni spettacoli in Friuli, promette di ringraziare gli organizzatori. Il giorno seguente gli artisti scompaiono per qualche ora. Quando ritornano spiegano di essere andati al cimitero, a rendere omaggio ai morti di quella comunità. Avevano capito che il teatro non appartiene soltanto a chi sale sul palco, ma anche a chi è venuto prima, a chi guarda, a chi custodisce la memoria.
Riproduzione riservata © Messaggero Veneto








