Arriva Rain Catcher, il thriller noir di Michele Fiascaris
Il regista udinese ha presentato il lungometraggio al festival di Karlovy Vary. «Una storia ambientata a Londra, con protagonista un fotografo voyeurista». Tutto è nato con un corto girato nel 2018. «Spero di portarlo nella mia città»

Udine va stretta a chi fa del cinema una professione. I cosiddetti cervelli in fuga: d’altronde in questo caso è più una necessità che un capriccio. Laurea in Scienze della Comunicazione per Michele Fiascaris, un giovanotto del 1985, classico allo Stellini, un anno negli States come exchange student e, quindi, il volo in Inghilterra per frequentare la “London film Academy”. «Beh, poi mi sono fermato lì, che ci tornavo a fare in Italia?».
Nel 2018 un suo corto, “Rain Catcher”, comincia un fortunato tour per il globo raccogliendo allori e gratificazioni. Ora la storia di un fotografo col tic del voyeurismo si è espansa diventando un lungometraggio — stesso titolo, stesso plot — fresco della première mondiale al “Karlovy Vary International Film Festival”.
Riavvolgiamo il nastro, Fiascaris. Torniamo a otto anni fa quando l’avventura prese vigore.
«Il corto del 2018 si formò con la complicità di Filippo Polesel, co-sceneggiatore e produttore, col quale sviluppammo il soggetto di un video virale nel quale una persona, accorgendosi di essere ripresa, fissava l’operatore e gli andava incontro. Ci colpì il ribaltamento del punto di vista: chi spia diventa spiato. E così cominciammo a lavorarci. Nel film il protagonista è un fotografo voyeurista con un grande seguito su Instagram che inizia a notare, nelle proprie fotografie, una donna misteriosa presente ovunque. Poco alla volta scopre che è lei a osservare e a fotografare lui. È una storia molto più psicologica e intensa rispetto al corto, che aveva invece un taglio più metacinematografico».
Il recente debutto al “Karlovy Vary International Film Festival”, dicevamo. Ci racconti.
«È stata una soddisfazione inaspettata far parte di una rassegna così prestigiosa, che appartiene alla categoria A insieme a Cannes, Berlino, Locarno e San Sebastián. È il secondo più antico al mondo, con una grande presenza di stampa internazionale. Gli organizzatori ci hanno riservato il Concorso ed era anche l’unico film di genere selezionato. Cinque sono state le proiezioni e le recensioni di testate come “Deadline” e “Cineuropa” sono state gratificanti».
Lei ha scelto Londra non solo per viverci, ma anche come ambientazione del film. Quanto ha inciso la città sul progetto?
«Moltissimo. La pellicola è ambientata per circa l’80 per cento all’interno del “Barbican”, uno dei complessi architettonici brutalisti più famosi della capitale britannica. È un luogo enorme, labirintico, visivamente molto forte, con tre torri che si osservano tra loro. Ci sembrava perfetto per una storia costruita sul tema dello sguardo e dello spionaggio. Molti film e serie hanno utilizzato il “Barbican”, ma quasi sempre fingendo che fosse qualcos’altro. Noi, invece, lo abbiamo raccontato per quello che è realmente».
Fare cinema in Inghilterra è davvero più semplice rispetto all’Italia?
«Non necessariamente. I costi sono molto elevati, ma si collabora con troupe di altissimo livello, spesso al fianco di produzioni hollywoodiane. Sul fronte dei finanziamenti pubblici non è più facile, soprattutto per il cinema di genere, che continua ad avere difficoltà ad accedere ai fondi. Il vantaggio principale è che realizzare un film in inglese e ambientarlo a Londra offre naturalmente una maggiore apertura verso il mercato internazionale».
“Rain Catcher” è un’opera indipendente. Ci spiega come funziona?
«La casa di produzione principale è la nostra, si chiama “Yellow Pill”. Io sono regista e co-sceneggiatore, Filippo Polesel è co-sceneggiatore e produttore, Henrik Carlson è produttore esecutivo e socio, mentre il friulano Marco Cainero è produttore associato. Nel gruppo c’era pure la londinese “Futuristic Films”».
Quale percorso vi aspettate adesso?
«Karlovy Vary rappresenta un punto di partenza decisivo. Adesso attendiamo la risposta di altri festival internazionali, come il “London Film Festival”, “Sitges film festival” oltre ad appuntamenti dedicati al cinema di genere. Parallelamente stiamo cooperando con i sales agent per trovare distributori nei vari Paesi. Il percorso del corto è stato lungo: dopo Sitges è arrivato su HBO Europe e oggi è disponibile su Disney+. Speriamo che anche il lungometraggio possa seguire una strada altrettanto soddisfacente».
Un cast di nomi interessanti, a quanto si vede.
«Sì, siamo riusciti a mettere insieme interpreti di valore. C’è Iris Law, figlia di Jude Law, al suo primo ruolo importante nel cinema; Kate Dickie, attrice scozzese nota per “Game of Thrones” e “The Witch”; Dudley O’Shaughnessy, già protagonista del cortometraggio e conosciuto anche per il videoclip di Rihanna “We Found Love”; infine Jessie Mei Li, protagonista della serie Netflix “Shadow and Bone” e, recentemente, nel film “Havok” con Tom Hardy».
La piacerebbe presentare “Rain Catcher” anche a Udine?
«Assolutamente sì. Prima, però, dobbiamo capire quale sarà la première italiana e quali saranno le strategie distributive, ma sarebbe davvero eccitante poter mostrare il nostro film anche nella mia città».
Riproduzione riservata © Messaggero Veneto








