Casa Cavazzini, cuore d’arte: a Udine inizia un 2026 ricco di mostre

Dal 30 gennaio la rassegna “Impressionismo e modernità”. La curatrice Gransinigh: grande attenzione all’accessibilità

Fabiana Dallavalle
Casa Cavazzini, la sala Zigaina al pianoterra: un omaggio al pittore friulano
Casa Cavazzini, la sala Zigaina al pianoterra: un omaggio al pittore friulano

Architettura, pittura, scultura, tradizioni popolari, archeologia e affreschi del Tiepolo. A Udine, nella rete che comprende i Civici Musei e Gallerie di Storia e Arte in Castello, il Museo etnografico del Friuli (Palazzo Giacomelli), le Gallerie del Progetto (Palazzo Morpurgo, sede degli archivi di Architettura), c’è nel cuore della città, Casa Cavazzini – Museo d’Arte Moderna e Contemporanea, un vero e proprio gioiello architettonico progettato originariamente da Gae Aulenti, con quasi 3.000 opere dal XIX secolo a oggi. Tra le collezioni presenti la Donazione Astaldi (De Chirico, Savinio, Sironi, Pirandello), Friam (De Kooning, Sol LeWitt) e le opere dei fratelli Basaldella (Afro, Dino e Mirko). Conservatrice responsabile di Casa Cavazzini è Vania Gransinigh. Dal 2011 cura la programmazione espositiva.

Quali mostre d’arte ci attendono nel 2026?

«Fino al 6 gennaio abbiamo in esposizione la mostra frutto di una collaborazione con il Maxxi di Roma, “Guido Guidi. Col tempo 1956-2024”, dedicata a una delle grandi personalità della fotografia contemporanea. Un progetto che ha visto prima Mimmo Iodice, con l’ampia retrospettiva a lui dedicata in Castello conclusasi a novembre, e che faceva seguito a sua volta alla grande monografica dedicata a Gianni Berengo Gardin. Grandi nomi che hanno interpretato la fotografia contemporanea in modo diverso. Se Berengo Gardin ha un “occhio da reportage” e Iodice ha un’attenzione maggiore nel far risaltare l’aspetto estetico dell’immagine, Guidi conduce invece il suo sguardo ai marginalia, trasforma l’ordinarietà del mondo nei suoi aspetti straordinari e con un instancabile lavoro, attraverso l’uso del banco ottico, si interroga sulle meccaniche dello sguardo. Vi anticipo la mostra “Impressionismo e modernità” frutto di una collaborazione con il Kunst Museum di Winterthur, dal 30 gennaio fino al 30 di agosto».

Qual è il suo pensiero quando allestisce una mostra?

«Offrire un progetto con una consistenza scientifica, una sua ragion d’essere in rapporto al territorio e in relazione con una programmazione che, pur nella sua diversità, mostri una organicità interna in maniera tale che alla fine di un percorso i visitatori abbiano il desiderio di esplorare nuovi territori e nuovi linguaggi. In questo momento, in Castello, è presente una costola della mostra che è attualmente a Casa Cavazzini e che rimarrà aperta fino ad aprile in cui sono riuniti 140 scatti del maestro di Cesena che lui ha realizzato per il Friuli-Venezia Giulia specificatamente. Un intreccio, dunque, tra la mostra che viene da Roma e raccoglie sessant’anni di attività e la mostra “Guido Guidi, qui intorno” che presenta lavori per lo più commissionati dal Craf di Spilimbergo, un’eccellenza del territorio».

Possiamo dire che Casa Cavazzini rappresenti una lente d’ingrandimento sulla conoscenza e la cultura della nostra Regione attraverso lo sguardo dell’arte visiva?

«È il nostro auspicio. Quest’anno per il cinquantenario del terremoto realizzeremo al piano terra del museo, un nuovo allestimento della Collezione Friam arrivata in Friuli come dono di una serie di artisti americani i cui ricavati delle vendite sarebbero andati per la ricostruzione. La collezione è stata mantenuta unita e sono 115 opere che adesso riproponiamo in un rinnovato allestimento che mette in evidenza il significato di una collezione che è un unicum in Italia».

Cosa significa ri-allestire opere già presenti in un museo?

«Significa ritrovare nuovi legami di senso tra opere che, pur essendo note, grazie a studi e ricerche possono essere arricchite dall’essere messe a confronto in un modo nuovo portando in evidenza elementi che resterebbero sottotraccia. La collezione Friam grazie a donazioni e acquisti degli ultimi anni stimola e si accresce di nuove opere come James Rosenquist e Robert Rauschenberg».

Il museo di Casa Cavazzini è meta degli udinesi?

«Udine sta cominciando a scoprire Casa Cavazzini. Dobbiamo lavorare ancora molto perché le collezioni siano viste come elementi di aggregazione e senso di appartenenza. Esiste anche un pubblico che viene dal Veneto, dalla Lombardia, dalla Slovenia e dall’Austria e ora cercheremo di lavorare per la Croazia. Quando allestiamo facciamo anche grande attenzione all’accessibilità, un aspetto inclusivo e qualificante a cui non possiamo più rinunciare».

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