Bookweek Gorizia, il monito di Parsi all’Europa: «Ritrovi prospettiva o finirà per essere travolta»
Il docente di Relazioni internazionali alla Bookweek Gorizia Capitale con il libro Contro gli imperi. Dalle strategie del presidente “antiamericano” Trump alla legittimazione della legge del più forte: l’analisi di un mondo in continuo cambiamento dominato dal ritorno delle logiche di potenza

Da città divisa da un confine a simbolo di un’Europa che ha saputo abbattere muri. Non è casuale che Vittorio Emanuele Parsi, professore di Relazioni internazionali all’Università Cattolica di Milano, presenti proprio a Gorizia il suo ultimo saggio “Contro gli imperi” (Bompiani), venerdì 12 giugno alle 21 nell’ambito della Bookweek Gorizia Capitale, la rassegna del Gruppo Nem-Il Piccolo, in dialogo con Giovanni Tomasin. Nel libro Parsi analizza il ritorno delle logiche di potenza e le sfide che attendono l’Europa.
Professore, Gorizia è stata per decenni una città divisa e oggi rappresenta un simbolo dell’Europa che ha abbattuto muri. Eppure, nel suo libro descrive un continente che rischia di tornare schiacciato dalle logiche di potenza. Gli europei si rendono conto di ciò che potrebbero perdere?
«Penso di no, perché in realtà lo stanno già subendo. Gli europei hanno data per scontata troppo a lungo la libertà e la sicurezza di cui hanno goduto dopo la Seconda guerra mondiale. Hanno finito per confondere il fatto che qualcosa non abbia un prezzo con l’idea che non abbia valore o addirittura costo. È questa confusione che rende difficile prendere atto delle necessità legate alla nostra sicurezza comune».
Lei sostiene che un’Europa divisa è destinata all’irrilevanza. L’Unione è ancora un soggetto politico o rischia di diventare il terreno di gioco delle grandi potenze?
«Non è ancora un vero soggetto politico. Ma se vuole continuare a esistere in un contesto internazionale completamente mutato deve adeguare le proprie condizioni interne. Questa è la grande sfida. Se non lo farà, l’Europa diventerà semplicemente oggetto delle attenzioni altrui. Per usare un’immagine efficace: finiremo nel menù invece che seduti al tavolo».
Nel libro lei scrive che Donald Trump non rappresenta una semplice alternanza politica ma una rottura storica. Cosa sta cambiando davvero nel rapporto tra Usa, Ue e democrazie occidentali?
«Trump ha spezzato l’idea stessa di un Occidente fondato su valori condivisi. Ha sostituito il principio di un potere limitato e quindi autorevole con la ricerca di un potere senza limiti, tanto all’interno quanto all’esterno degli Usa. È una rottura che allontana l’America dalla propria tradizione e dalle ragioni del suo straordinario successo nel secondo dopoguerra».
Lei arriva a definire Trump “il primo presidente antiamericano d’America”. È una provocazione?
«No. Gli Usa hanno costruito la propria leadership su mercati aperti, istituzioni internazionali, cooperazione e promozione della democrazia. Distruggendo questi pilastri, Trump sta mettendo in discussione il cuore stesso del progetto americano. Non a caso oggi l’America appare più isolata che mai».
A un certo punto si chiede se Trump sia un tornado destinato a passare o un meteorite capace di cambiare definitivamente il paesaggio politico mondiale. Quale immagine le pare oggi più convincente?
«Dipende soprattutto da ciò che faranno gli altri. Le democrazie europee e le potenze medie che credono ancora nel diritto internazionale e nelle istituzioni multilaterali possono dimostrare che questa deriva verso gli imperi non è un destino inevitabile. Se ci riusciranno, Trump sarà ricordato come un ciclone distruttivo ma passeggero».
Assistiamo sempre più spesso a una geopolitica à la carte, in cui il diritto internazionale viene invocato o ignorato a seconda delle convenienze.
«È certamente uno dei sintomi della crisi dell’Occidente e delle sue divisioni interne. Il rischio è che la necessità di un adattamento venga scambiata per una diagnosi di morte. Io resto ottimista: se si lotta, le cose possono cambiare. Ma questo non significa essere indulgenti nell’analisi».
Molti descrivono il ritorno delle sfere di influenza come un fatto inevitabile. Dietro il richiamo al realismo non si nasconde spesso la giustificazione della legge del più forte?
«Assolutamente sì. C’è un realismo molto superficiale che finisce per legittimare comportamenti eticamente riprovevoli. L’idea che chi è più forte possa fare ciò che vuole e che i più deboli debbano semplicemente adattarsi, rappresenta una vera bancarotta morale e intellettuale».
Come si può convincere un cittadino che le democrazie, pur con le loro imperfezioni, rappresentano ancora oggi la migliore difesa della libertà?
«Dicendo la verità e soprattutto avendo un progetto. I cittadini possono accettare anche costi e sacrifici ma solo se vedono una prospettiva. Dovremmo recuperare l’orgoglio di dire: in Europa facciamo così. Rispettiamo la legge, garantiamo lo Stato di diritto e tuteliamo i diritti di tutti».
Se dovesse lasciare un messaggio ai cittadini di una città come Gorizia, quale sarebbe? Che cosa significa oggi difendere l’Europa?
«Significa lavorare perché quei vincoli istituzionali che spesso percepiamo come limitazioni ci consentano invece di agire insieme. Gli amici dell’Europa sono coloro che guardano ai progressi possibili e ai passi concreti. I nemici sono sia quelli che non la vogliono, sia quelli che la usano soltanto come bersaglio polemico. Difendere l’Europa significa credere che insieme possiamo vincere o almeno non perdere, mentre da soli rischiamo di essere travolti».
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