Anna Ferzetti al Verdi di Pordenone: «Racconto la difficoltà di mostrarsi deboli»
L’attrice in teatro diretta dal marito Favino: «Sa come accompagnarti dentro un personaggio. Questo spettacolo parla della possibilità di rinascere, che è davvero un atto di coraggio»

A proposito di gioventù: il teatro aiuterebbe. Innesca pensieri gentili e, in qualche modo, abitua a vivere emozioni sane. Di motivi per inscenare “People, Places & Things”, pièce del commediografo britannico Duncan Macmillan, ne individuiamo parecchi. È una scelta ardita rispetto al tradizionale classico invocato dai cartelloni degli stabili e, soprattutto, capace di incuriosire i ragazzi. Durante la prima tournée dell’opera diretta da Pierfrancesco Favino con protagonista Anna Ferzetti, molti teenager hanno affollato le platee italiane senza bisogno di stratagemmi.
Il tour riprende, ed è una buona notizia. Tappa friulana in avvicinamento: oggi, venerdì 23, e domani, sabato 24, con inizio alle 20.30, lo spettacolo sarà sul palco del Verdi di Pordenone. Un’apertura di ottima caratura per la stagione di prosa firmata da Emanuele Androvandi. Tra gli interpreti, Betti Pedrazzi, Thomas Trabacchi e Totò Onnis.
Una donna, un’attrice, una vita che va in pezzi. Due ore di teatro intenso, fisico, emotivamente impegnativo: una commedia feroce attraversata dall’ironia, che mette a nudo la dipendenza e, soprattutto, la difficoltà di mostrarsi per ciò che siamo.
Anna, questo è un testo poco convenzionale, ma assolutamente necessario in un oggi piuttosto confuso. La scelta è merito di Favino?
«Tutto parte da lui, certo. Lo vide a Londra più di un decennio fa e se ne innamorò proprio per quel tema senza tempo che lo attraversa. È una storia forte che coinvolge tutti. Parla di alcolismo, tossicodipendenza, ma anche di dipendenze affettive e della difficoltà di rivelare agli altri le nostre debolezze. Chi siamo veramente?».
Una scelta coraggiosa, considerando quanto spesso ci si affidi ai classici per non perdere spettatori.
«Io i classici li adoro, lo dico. Per anni sono stata vicina a Carlo Goldoni. Penso però che sia obbligatorio osare, cambiare linguaggi, creare nuove modalità per arrivare alle persone. Shakespeare continua a incantarci perché, in fondo, l’essere umano è sempre quello da millenni. Amore e odio vigilano sulle nostre esistenze con le stesse dinamiche: cambia solamente il modo di rappresentarli. Ecco, i tanti ragazzi in sala fanno ben sperare: la modernità paga».
Ottanta repliche vi attendono: un numero significativo per un settore che spesso arranca.
«Ne siamo orgogliosi. Ci aspettano, fra le tante città, Torino, Genova, Catania e Trieste: quest’ultima tappa sarà nel gennaio 2027».
Per la terza volta lavora a teatro con Pierfrancesco Favino, ma stavolta la regia è interamente di suo marito. Come funziona la coppia sul palcoscenico?
«Direi a meraviglia, nessuno mi conosce meglio di lui. Ha una sensibilità incredibile e una grande capacità di dirigere gli attori. Sa come accompagnarti dentro un personaggio senza importi un risultato, lasciandoti libera di vivere il momento. Non avrei potuto immaginare un altro regista per un ruolo così».
In Italia, però, vanno di moda i pregiudizi.
«Questo faccio decisamente fatica a comprenderlo. Vengo da una famiglia d’arte (è la figlia di Gabriele Ferzetti, ndr), vivo con un grande attore e lui con un’attrice. Non ci vedo nulla di sbagliato. Pierfrancesco è molto preciso, ma lascia aperte molte possibilità. Ogni sera lo spettacolo cambia, mi fa piacere sottolinearlo, e vive di luce propria. Ed è contemporaneamente un salto nel vuoto».
Emma entra in scena interpretando Nina del “Gabbiano” di Čechov. Un teatro nel teatro che diventa subito vertigine.
«Emma è un’attrice che cerca faticosamente di portare avanti il proprio mestiere, ma ha seri problemi con l’alcol e la droga. Durante una rappresentazione si rende conto di non poter continuare. Entra in un centro di riabilitazione, inizialmente per ottenere quel pezzo di carta che le permetterà di tornare a lavorare. Ma il percorso sarà molto più complicato. Dovrà incontrare i propri fantasmi, affrontare ciò che ha sempre cercato di evitare».
Il testo parla di dipendenze, ma sembra suggerire anche una riflessione sulla società contemporanea, ossessionata dalla perfezione.
«Credo che inviti ciascuno di noi a togliersi una maschera. Viviamo in un mondo che pretende continuamente prestazioni, risultati, perfezione. Fermarsi, guardarsi dentro, capire dove siamo arrivati e cosa vogliamo cambiare richiede un coraggio enorme. Questo spettacolo parla anche della possibilità di rinascere. E rinascere è davvero un atto di coraggio».
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