Josef Nadj torna a Mittelfest: una prima nazionale tra zen, maschere e l'inconscio del sogno

Il carismatico coreografo presenta al Teatro Ristori “Dialogues in the dream” in coppia con Ivan Fatjo. Nell'intervista di Elisabetta Ceron svela: «Un lavoro intimo nato sulle note di John Cage»

Elisabetta Ceron

L’inconscio come spazio di scoperta e metamorfosi, per Dialogues in the dream, è lo spettacolo che il danzatore e coreografo Josep Nadj presenterà a Mittelfest oggi, martedì 21, alle 21.30, Teatro Ristori. A due anni di distanza dal suo Full moon, visto a Cividale nel 2024, il carismatico artista contemporaneo, nato al confine tra Serbia e Ungheria, torna in scena insieme a Ivan Fatjo per esplorare la relazione tra processi emotivi, automatismi e reazioni istintive. Qui l'azione appartiene a un mondo onirico fatto di rituali e micro universi che si animano attingendo a una cifra stilistica capace di creare scenari surreali e misteriosi. Un’esperienza che già nel tiolo si fa attraversamento, atto di trasformazione dove la connessione di danza, musica e performance è generata dai testi del maestro zen Musō e del poeta ungherese Dezső Tandori.

Di fronte al voler comprendere, nell’interrogarsi sulla complessità intrinseca dell’umano, Nadj porta in scena un corpo che oscilla tra l'animato e l'inanimato, il materiale e l'immateriale, l'organico vivente e l'artefatto meccanico.

I due protagonisti si avventurano in una ricerca che appare uno scontro/incontro tra l’uomo e il burattino: l’invito a una riflessione sul corpo e sul movimento utilizza, infatti, in forma inedita, la maschera, creata da Anaëlle Impe, per acuire la metamorfosi dell’artista travalicando l'individualità del singolo e attingendo a una dimensione universale. Visioni e suggestioni affiorano dalla scrittura scenica cercando un nesso con lo spettatore, nella condivisione di un'interiorità sommersa, un atto coraggioso spinto fino alla messa in discussione della natura stessa della rappresentazione. I due, si avventurano in un territorio inesplorato, accompagnati dalle musiche di John Cage.

Cosa ha mosso la sua scelta di tornare in scena in coppia?

«Si tratta di uno spettacolo intimo, nato dopo cinque anni di danza africana, realizzato in collaborazione con Ivan Fatjo con cui lavoro da vent’ anni. Era già il mio assistente su Full Moon. Desideravo salire sul palcoscenico insieme. Dopo l'Africa ci siamo interessati all'Oriente, il Giappone. Abbiamo seguito due direzioni: lo zen e il buddhismo e John Cage con i suoi lavori ritmici influenzati dallo zen. Sono le due ispirazioni per questo lavoro».

Cosa l’attrae dell’inconscio, del mondo dei sogni?

«È una sorta di ri-ascolto di sé stessi, della propria sensibilità, si dorme per svegliarsi, è un’azione di raccoglimento interiore e allo stesso tempo di ricerca di una nuova forma di espressione che va tutta in finezza e delicatezza del lavoro; allo stesso modo è trovare l’involucro visivo che si abbina a questo e in particolare una forma di spostamento nel tempo e nello spazio che scopriamo attraverso le maschere per avere questa presenza e per incontrarsi in questo “altrove” che tali figure mascherate ci hanno proposto».

Lei ha scavato nelle origini dell’umanità, del teatro, nella memoria individuale e collettiva. Dove continua a guardare con interesse?

«Ho tante idee…ma in questo caso la pièce è fresca, abbiamo impiegato due anni di ricerca con Ivan su questa materia e restano ancora molti interrogativi che, insieme, desideriamo continuare a esplorare.

Da qui la decisione di incontrare attraverso degli atelier, altri danzatori di tutto il mondo per condividere con loro questa esperienza. Così potremmo guadagnare un po’ di tempo per riflettere, soprattutto per me, per vedere in quale direzione tutto ciò potrà svilupparsi»

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