Ale e Franz in Capitol’ho: «È arrivata l’ora di vedere in faccia il pubblico»
Il duo di scena martedì 10 febbraio al Teatro Nuovo di Udine, poi con Ert: «È venuto il tempo di attraversare il confine del palco»

Ale (Alessandro Besentini) non sempre sta appiccicato a Franz (Francesco Villa) e viceversa. Se chiami al telefono il duo, uno soltanto risponde. «Stavolta l’intervista tocca a me — chiarisce Ale — anche per dividerci i compiti. Quando viaggiamo spesso ci separiamo. Soprattutto quando non lavoriamo. Ogni coppia ha bisogno di aria, la nostra pure».
È del 1995 il primo incontro scenico, mentre ha la targa del 1992 quello umano. Il trentennio è stato lucidato con il Sidol da poco. «Adesso entriamo nel trentunesimo con uno show nuovissimo: “Capitol’ho”. Ve lo dico subito: abbiamo rimosso la quarta parete. È giunta l’ora di vedere in faccia il nostro pubblico. Il mood è celebrativo, ovviamente, ma non abbiamo lesinato sui famosi colpi di teatro».
Dove e quando? Eccoci qui con i dati: martedì 10 febbraio, alle 20.30, e mercoledì 11 febbraio, alle 19.30, la performance fresca di stampa sarà al teatro Giovanni da Udine, mentre giovedì 12 febbraio, a cura dell’Ert, farà felici gli spettatori di Casarsa della Delizia (sold out). Regia di Alberto Ferrari.
In questi casi s’impone all’intervistato un viaggio nel passato, alla ricerca della verità. E, come nel vostro caso, del primo incontro. Mi perdoni, Alessandro, adesso tocca a lei.
«Siamo nel 1992 e la scena è allestita al Centro Teatro Attivo, una scuola d’arte drammatica milanese. Francesco si stava scaldando i muscoli in una compagnia amatoriale e un mio amico, che dirigeva il gruppo, mi chiese se volessi unirmi alla truppa, visto che la commedia “M” di Woody Allen si prestava al gioco comico. Accettai. Conoscendoci meglio, io e Franz, ci accorgemmo di essere compatibili e il pensiero che l’unione fa la forza ci sembrava ottimale in quel momento. Debuttammo a stretto sfoglio di calendario al milanese “Caffè Teatro” con Natalino Balasso».
La scelta del piglio surreale vi contraddistingue da allora. Niente satira, nessuna politica chiamata a fare da sfondo, la cronaca vi sta lontana.
«Zero strategia, iniziammo a scrivere con questa calligrafia, ci pareva ideale per la nostra idea comune di comicità».
La panchina ha una sua storia da raccontare?
«È il risultato degli sguardi in giro quando si passeggia in un parco. Pensammo fosse divertente affiancare un disturbatore seriale a un tizio pacifico che legge il giornale. Lo si vede spesso, no? L’attaccabrighe in azione e, guarda caso, il bersaglio scelto è sempre di carattere opposto».
Chi comincia a scrivere dei due?
«Non ci sono regole. Uno di noi parte e via. Ci confrontiamo, proviamo: il solito schema. Non siamo soli: abbiamo dei collaboratori che ogni tanto aprono la finestra facendo entrare un po’ d’aria nuova».
Nei Novanta si rideva con più gusto. Adesso è più difficile strappare del buon umore all’umanità.
«Ci ha sempre aiutato lo stile asciutto ed equidistante dai malanni. Noi non confidiamo che tutto vada male per cercare spunti: stiamo nel nostro, che poi si avvicina allo stile classico della risata senza tempo. Buona oggi come, ci si augura, fra dieci anni».
“Capitol’ho” ha tutta l’intenzione di oliare il rapporto fra voi e gli spettatori.
«Vogliamo conoscervi: questo è un gap trentennale che vorremmo accorciare. Io e Franz siamo sempre stati protetti dalla famosa quarta parete, dicevamo poc’anzi. Adesso è venuto il tempo di attraversarlo quel confine. Non le posso dire cosa faremo, ma di sicuro fra noi e la platea non ci sarà più distanza».
Come è successo durante l’ultima puntata di “Zelig”?
«Esattamente: abbiamo rispolverato i gangster Gin e Fizz con la gentile collaborazione di Vanessa Incontrada e di Cochi Ponzoni».
Chi vi fa ridere Alessandro?
«Tantissimi maestri del passato: Ugo Tognazzi è in cima alla hit».
E col Friuli che rapporto avete?
«Paesaggistico e culinario. Però il frico va rigorosamente mangiato dopo lo spettacolo».
Riproduzione riservata © Messaggero Veneto








