Addio allo studioso Zucchiatti, uomo di “leggera profondità”

Valter Zucchiatti, di Fagagna, è morto a 74 anni. Aveva un modo semplice ma non banale di narrare il mondo della campagna

Angelo Floramo
Valter Zucchiatti, di Fagagna, scomparso all’età di 74 anni
Valter Zucchiatti, di Fagagna, scomparso all’età di 74 anni

Un “uomo di leggera profondità”. Così ricorda Valter Zucchiatti, di Fagagna, scomparso a 74 anni, Armando Mucchino, che lo volle - un paio d’anni fa - nella scuderia di “Vita nei campi”, per quel suo modo semplice ma non banale di narrare il mondo della campagna: la sapienza di quella civiltà contadina che conosceva meglio di chiunque altro.

Lontano da ogni rigidità accademica e per sua fortuna libero da ogni “sovrastruttura” coniata nelle supponenti aule del sapere, Valter si è formato “sul campo”. Nel senso etimologico del termine: investigando passo passo i campi della terra in cui era nato e che amava neanche fosse un’amante sensuale, da corteggiare con delicata galanteria.

Già, la sua terra: quell’abbraccio di colline, vigne, orti, castelli, ville rustiche che si estendono tra Villalta, Fagagna e Caporiacco. Ci sono due tipi di ricercatori: quelli per professione e quelli per passione. Valter era un appassionato.

E come tutti gli innamorati seppe dedicare ogni frammento libero del suo tempo alla ricerca, allo studio e all’esplorazione della Storia delle nostre genti, acquisendo il rispetto e la stima degli “esperti” più paludati, che spesso mal celavano una punta di invidia per quella vena narrativa che gli permetteva di arrivare sempre e comunque al cuore di chi lo ascoltava.

Pervaso da una curiosità che lo rendeva quasi “bulimico” rosicchiatore di carte e di pergamene antiche, che aveva imparato a leggere con invidiabile fluidità, ha firmato ben oltre sessanta pubblicazioni, fra articoli specifici, monografie, saggi e atti di convegni che avessero per tema il Friuli, dalla Preistoria fino all’Età Moderna, con una netta predilezione per il Millennio Medievale.

Per l’Editore Corvino, nel 2019, editò il bellissimo: “Castrum Cavoryaci. La prima dinastia feudale di Caporiacco nelle vicende dello Stato patriarcale. Appunti per una storia del comprensorio morenico friulano”, lettura imprescindibile per chiunque voglia conoscere meglio i delicati rapporti che si instaurano tra una famiglia antica e il territorio in cui si insedia, tra economia, società, politica e cultura.

Un taglio che sarebbe piaciuto molto alla storiografia francese, cui Valter guardava con occhio vigile e curioso. Ma i titoli importanti sono molti, dalla storia di Fagagna a quella del castello di Villalta.

Non si creda però che la sua predilezione fosse per le grandi schiatte gentilizie e l’aristocrazia feudale. Amava scavare nelle pieghe di quel mondo contadino al quale era orgoglioso di appartenere: le vicinie, le comugne, i catapan, i rotoli censuari e soprattutto la toponomastica e la micro toponomastica dei nostri paesi sono stati per lui motivo di indagine e di appassionata investigazione.

Per non parlare della cucina tradizionale. Trascorrere anche qualche ora con lui in una delle tante osterie “veraci” incastonate tra gelsi e prati della morena significava assaggiare la storia facendola rimbalzare dentro un buon bicchiere e raccogliendola con la polenta intrisa nel sugo.

Così narrava, in una delle ultime rubriche di “Vita nei Campi”: “Concludo con la ricetta che mi ha gentilmente favorito Gemma/Gjème Pravisani, la mia vicina di casa, che così cucinava quelle catturate dal marito: le bisàte va pulita per bene, ed eventualmente spellata se si desidera meno grassa, e tagliata a rocchi di circa 5 cm, infarinata e fritta in olio evo.

Per il sugo si soffrigge il classico trito molto fine di cipolla-carota-sedano e a se gradito uno spicchio d’aglio, si colora con passata o pelati di pomodoro e si uniscono le olive verdi e nere a pezzetti, il prezzemolo pure tritato, un poco di cannella e l’uva passita fatta rinvenire in acqua (in questo si avverte un vago ricordo degli insegnamenti del suddetto Martino). Infine si riunisce il tutto, si riscalda e si serve, magari con polenta morbida”.

Ecco. Magari. Alla prossima, Valter. E tieni in fresco una bottiglia e libera una sedia, per quando ci rivedremo.

Riproduzione riservata © Messaggero Veneto