Abitare i dati, non solo usarli: Udine diventa capitale della filosofia del digitale con Masiero e Taddio
La presentazione del volume "Pensare digitale" alla Fondazione Friuli. Una mappa per orientarsi in un mondo dove la tecnologia non è più uno strumento, ma l'ambiente stesso della nostra esistenza

Che cosa significa pensare nell’epoca del digitale? È questa la domanda da cui prende avvio “Pensare digitale. Una mappa introduttiva” (Edizioni Meltemi, 2026), il libro di Roberto Masiero e Luca Taddio che sarà presentato domani, sabato 28, alle 18 nella Sala convegni della Fondazione Friuli, in via Gemona a Udine. A dialogare con gli autori sarà Sara Nocent, dottoranda dell’Università di Udine. L’ingresso è libero, ma il tema riguarda tutti, perché il digitale non è più soltanto qualcosa che utilizziamo: è il mondo in cui viviamo.
Il volume nasce dalla collaborazione tra i due autori e si inserisce nel contesto delle iniziative promosse dall’Università di Udine negli ultimi anni, a partire dal Master in Filosofia del digitale e dal nuovo corso di laurea in Filosofia e trasformazione digitale. Si tratta di un progetto culturale che ha contribuito a fare dell’ateneo friulano un punto di riferimento nel panorama nazionale, mostrando come la riflessione filosofica possa offrire strumenti essenziali per comprendere le trasformazioni in corso.
Siamo abituati a considerare il digitale come un insieme di strumenti che rendono più rapide ed efficienti le nostre attività. Ma ciò che Masiero e Taddio mettono in luce è qualcosa di più profondo: il digitale non è una semplice innovazione tecnica, bensì una trasformazione delle condizioni stesse dell’esperienza. Non cambia soltanto ciò che facciamo, ma il modo in cui conosciamo e attribuiamo senso al mondo. In questo scenario, il digitale non si limita a descrivere il mondo, ma contribuisce a costruirlo, traducendo eventi e relazioni in dati, e quindi in una forma che può essere anticipata e orientata.
Il libro si presenta come una mappa, non come un manuale. La scelta è significativa. Una mappa non fornisce istruzioni, ma aiuta a orientarsi in un territorio aperto. Il digitale, infatti, non è un oggetto tra gli altri, ma un ambiente che ci attraversa e ci costituisce. Come ogni ambiente, modifica chi lo abita. Cambia il nostro rapporto con il tempo, sempre più concentrato nell’immediatezza dell’istante, e trasforma il nostro rapporto con lo spazio, che si estende oltre i confini fisici per assumere una dimensione reticolare. Anche l’identità tende a riconfigurarsi, esposta a processi di registrazione e interpretazione che ne ridefiniscono continuamente i contorni.
«Questa trasformazione – afferma Taddio – offre possibilità straordinarie, ma solleva anche interrogativi inevitabili. Se il mondo diventa sempre più accessibile al calcolo, quale spazio resta per ciò che eccede la previsione? E quale forma di vita sta emergendo dentro questo nuovo ambiente?”».
Masiero e Taddio non propongono risposte definitive. Il loro è piuttosto un invito a prendere coscienza della trasformazione in atto. Il rischio più grande, suggeriscono, non è la tecnologia in sé, ma l’incapacità di comprenderla. Quando un ambiente diventa invisibile, quando smettiamo di interrogarlo, finiamo per abitarlo passivamente.
Per questo il compito della filosofia non è opporsi alla tecnica, ma renderla pensabile. Pensare il digitale significa interrogare il presente, per non limitarsi a subirlo. Significa riconoscere che la posta in gioco non riguarda soltanto l’innovazione, ma il modo stesso in cui comprendiamo noi stessi. Non è un caso che questa riflessione si svolga a Udine. Anche lontano dai grandi centri globali, le trasformazioni digitali ridefiniscono il nostro modo di vivere, lavorare, comunicare. Il digitale non è altrove: è qui, nelle nostre città e nelle nostre vite. —
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