Le lingue madri nel mondo, biodiversità da preservare
Sono quelle che si parlano in famiglia. Una ricchezza: sono oltre settemila

Nel 1999 l’Unesco ha individuato il 21 febbraio come “Giornata Internazionale della Lingua Madre” con l’obiettivo di promuovere la diversità linguistica, culturale e il plurilinguismo, ma anche consentire di riflettere sui cambiamenti in corso nella nostra società. Qualche anno più tardi, nel 2002, anche l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha riconosciuto questa ricorrenza.
Quando si parla di lingua madre ci si riferisce (lo dice il nome stesso) a quella degli affetti primari, della famiglia di origine. A volte, per tale motivo, può diventare “lingua padre” o declinarsi in altre parentele o rapporti affettivi che ci hanno coinvolti sin dall’infanzia.
Per Dante Alighieri era questa la forza del cosiddetto volgare: la lingua familiare, essendo appresa negli anni in cui si formano la coscienza e la personalità, riesce a portarci con più facilità nei meandri dell’animo umano, dove nasce la poesia. Senza dimenticarsi, sottolineava il poeta nel “De vulgari eloquentia”, di aprirsi alle lingue e alle culture altre, partendo dalla propria.
Attualmente nel mondo si parlano all’incirca 7000 lingue. Una biodiversità straordinaria, se consideriamo che gli Stati riconosciuti dall’Onu sono poco meno di 200. Secondo uno dei più grandi biologi del Novecento, Ernst Mayr, “la nascita delle lingua è stato e resta l'evento più importante nella storia della specie umana”.
Mayr spiega molto bene il perché, ed è importante sottolinearlo proprio "qui" e "oggi". "Qui", perché viviamo in un crogiuolo di lingue più unico che raro. Solo il Friuli, infatti, può vantare una plurisecolare convivenza sul medesimo territorio, tuttora viva, dei tre ceppi linguistici del Vecchio Continente: latino (friulano e italiano), germanico (tedesco e comunità germanofone) e slavo (sloveno e dialetti sloveni).
"Oggi", perché questa ricchezza linguistica, italiano compreso, rischia di perdersi a causa di un pervasivo economicismo che considera superfluo tutto ciò che non produce, direttamente o indirettamente, denaro.
Di norma siamo portati a pensare che le lingue abbiano una finalità eminentemente comunicativa. Secondo il professor Mayr, invece, il valore intrinseco di una lingua è dato da altro: anche gli animali comunicano, e certi lo fanno meglio di noi. Il linguaggio umano è soprattutto narrazione: saper raccontare un'esperienza passata o evocarne una futura condividendola con i propri simili, a prescindere dall'utilità del momento.
Questo è il punto: l'essenza della lingua dell’homo sapiens sta nella sua intrinseca inutilità e gratuità, come dimostra – per tornare a Dante – la più somma delle arti umane: la poesia. Cosa c'è, infatti, di più inutile e gratuito della poesia? Ma, a pensarci bene, quasi tutte le cose che danno un senso o rendono più bella la nostra vita sono “inutili”.
Ciò non toglie che le lingue possano avere anche un valore puramente comunicativo. Ma la loro cifra è esprimere e interpretare il mondo per il gusto di farlo (su questo Hans-Georg Gadamer ha costruito un proprio sistema filosofico).
È per questo che chi parla due o più lingue fin da piccolo sviluppa delle doti cognitive e delle capacità di risoluzione dei problemi superiori alla media: perché deve gestire due o più mondi. Non è poco.
Utilizziamo, allora, questa giornata per pensare meglio al significato che hanno nella nostra vita le lingue che ci circondano. Non diamole per scontate. Preservandole, faremo un favore non solo a noi stessi, ma a al mondo intero.
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