Lo scatto di Pedriali “custode” del corpo del poeta

Lui avanza verso un punto dello sguardo come in procinto di affrontare una battaglia
Di Jonathan Giustini

JONATHAN GIUSTINI. Si può osservare questa foto all’infinito. Non svelerà mai il mistero che avvolge la morte di Pier Paolo Pasolini. Possiamo perderci nella simbologia di questi tronchi d’albero scuri e tagliati alla sommità, di quel camino mozzato, volutamente mozzato da Dino Pedriali, autore dello scatto. Pasolini avanza verso un punto dello sguardo, si è appena svegliato, sembra come essere in procinto di affrontare una battaglia, l’estrema. Attorno a lui non c’è nulla, perché nulla c’era in effetti nella Torre di Chia dove è stata scattata.

Non c’è più ormai in fondo nemmeno la stessa Torre di Chia. Dopo pochi giorni muore il poeta. E questa foto, insieme ad altri scatti, resta il testamento, anzi la custodia sacra del corpo del poeta. E Dino Pedriali il suo custode.

Edipo si è fermato a Colono. La città lo respinge e lui si accampa ai confini del mondo. Nella campagna, ai margini della città, in un bosco, spazio anomalo che apre altra dimensione nello spazio comune, ego non sum ego, abiura, autodistruzione, autosvelamento. Le foto sono un velo, un velcro, un involucro trasparente che protegge dal mondo. La vita è sacra e l’arte è profana. Il corpo profano entra nella Torre per ridiventare sacro. Cosí come deve entrare in quelle fotografie.

Ed è per tali ragioni che Pasolini chiama a sé questo ragazzo di vita, già fotografo in ascesa, al quale Man Ray aveva insegnato il significato del buio e della luce. Lo chiama a sé perché gli piace, perché ne percepisce il talento immenso, perché parla il suo stesso linguaggio. Intuisce che custodirà il suo corpo come una carezza, come una piuma, come fosse in un tempio.

La foto è stata scattata all’alba, come il titolo di questa canzone, omaggio di una generazione che può solo aver respirato Pasolini e la sua immensa onda d’urto che avanza ancora e che monterà per sempre.

Dino e il signor Pasolini hanno fatto tardi la notte a parlare, a lavorare, a preparare altri scatti, altri momenti di questa sfida a due tra il poeta e il fotografo. Dove non si capirà mai chi dirige cosa e chi dirige l’altro. Chi guarda in camera e chi guarda fuori e da fuori verso un dentro finito o infinito.

Dino si sveglia presto, ha fame, è alba. Il signor Pasolini - perché cosi lo ha sempre chiamato Dino in quei giorni del loro incontro e cosí lo chiama ancora oggi con tenerezza infinita - dorme ancora. Il frigo è vuoto, completamente. Tutto è vuoto. Il vuoto è tutto. Nella Torre di Chia non c’è nulla. Assolutamente. Cosí Dino esce, compra del caffè, qualche cornetto. Rientra e prepara la caffettiera che trova in cucina. Poi si siede, posiziona la macchina fotografica sul tavolo, studia a lungo l’inquadratura, con l’indolenza dolce del mattino… Nella sezione destra ci sono dei tronchi d’albero tagliati, va bene cosí. Il camino mi resta troncato, non mi interessa. Quasi non si accorge di quella pompa arrotolata come un serpente. Ci sono riflessi. Luce offuscata e foglie in rugiada. Altre finestre. Altra sezione aurea della luce. Nel campo sinistro dell’inquadratura dal silenzio appare Pasolini, vestito, pettinato, come in procinto di iniziare una guerra. Dino viene colto da un soprassalto, aspetta qualche istante prima di scattare, gli interessa l’ombra del passo, che l’ombra sorpassi l’uomo, che faccia la sua parte nel rendere il movimento. Nell’esaltare il movimento. Scatta.

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