Voi, giovani friulani che non ascoltate

Ieri sera sono partito con le più buone intenzioni, avevo la speranza di trovare in voi, voi ragazzi friulani della mia generazione, dei cuori sensibili e degli occhi curiosi, invece no, invece mi avete fatto ben comprendere, per l’ennesima volta, perché gli ultimi resteranno sempre ultimi.
Urlavo nel microfono la storia del giovane Giò, leggevo le sue ore trascorse dentro una cantina a uccidersi con l’eroina, leggevo di questo moderno Cristo di periferia, urlavo nel microfono il suo dolore assoluto, il suo non ritorno, la sua morte; e voi ridavate, alzando i vostri bicchieri colmi di vino ridavate con bocche piene di cibo e sorrisi a pieno volto.
Urlavo nel microfono la storia dell’operaio friulano, trafitto dalle schegge di legno dentro un capannone industriale, quei capannoni che anche voi vedete ogni giorno, leggevo della sua fatica, del suo sudore, della sua schiavitù lunga una vita, leggevo anche del suo sangue sgorgato dalle mani tagliate, dalla schiena rotta e piegata; e voi continuavate a ridere, alzando altri bicchieri colmi di vino, così, come se nulla fosse.
Urlavo al microfono la storia di tre ragazzi, tre ragazzi della vostra età, fuggiti dalla vita, fuggiti dalla famiglia, pronti a fuggire da tutto dentro notti sintetiche, la storia di una sconfitta, la sconfitta della mia e della vostra generazione; e voi continuavate a ridere, a ridere sempre più forte, tanto da sommergere tutto, tanto da annientare ogni storia.
E allora ho smesso di leggere. Non ce la facevo più. Ho chiuso il libro e maleducato come sono ho tentato di guardarvi in faccia, di insistere in altro modo, di spezzare con le parole le vostre risate, il vostro menefreghismo, perché se è vero che gli scrittori di solito ringraziano, e molti spesso si genuflettono al pubblico per quattro spiccioli che ne possono derivare, è anche vero che io dico no, io non sto zitto, non mi genufletto, non mi costringo a tacere davanti alla vostra oscena indifferenza.
Ero venuto a raccontare le storie di ragazzi senza voce, ragazzi della mia e della vostra generazione, vostri fratelli, avevo la speranza che vi potessero interessare le parole di chi non ha mai avuto diritto di parola, di chi soccombe al proprio dolore, di chi nasce sconfitto ed è privo di riscatto. Ma con grande dolore ho visto che è impossibile entrare nelle vostre orecchie chiuse, che è impossibile avere anche un piccolissimo posto nel vostro cuore. Ieri sera mi avete fatto capire che per voi è mille volte più importante ridere, piuttosto che ascoltare. Per quanto mi riguarda, ho avuto la grande fortuna di avere accanto diversi amici, e così salvarmi nei loro occhi e poi nelle loro gesta colme d’affetto. Per tutto il resto, da dietro quel microfono, la visione era di un Friuli intento a mangiare, bere, ridere, intendo a svuotarsi l’anima riempiendosi lo stomaco.
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