Vino e resistenza culturale, l’osteria Alla Passeggiata festeggia due secoli di vita

Lo storico locale di Pocenia ha organizzato per sabato 7 marzo un evento speciale: già nel 1971 ricevette la medaglia d’oro dalla Camera di commercio

Angelo Floramo
La facciata dell’osteria “Alla Passeggiata” di Pocenia, che festeggia 200 anni di attività
La facciata dell’osteria “Alla Passeggiata” di Pocenia, che festeggia 200 anni di attività

Duecento anni di attività non sono pochi. Vanno festeggiati. E così sarà fatto, come da rito, anche sabato 7 marzo, nelle stanze dell’osteria Alla Passeggiata di Pocenia. Il “Paron”, Luciano Burlan, ha deciso che metterà in tavola qualcosa da “crustare”, come si dice dalle nostre parti, inumidendola con “quello buono” da far ruscellare dentro al bicchiere. Nessuno sarà escluso dalla festa. E quando un oste decide, così ha da essere.

Il medagliere di questo antico luogo di resistenza culturale in un mondo in cui ormai predomina il cibo di plastica e la fretta del consumo è blasonato. Già il 5 dicembre del 1971 infatti l’allora presidente della camera di Commercio di Udine, il professor Vittorio Marangone, gli conferiva il diploma di benemerenza con medaglia d’Oro per i suoi 145 anni di ininterrotta attività. E dietro al bancone, all’epoca, c’era Cesare Cannella.

Il nome Alla Passeggiata venne posto sull’insegna perché bisognava “scarpinare” un bel po’, prima di raggiungerla. Oltre c’erano solo campi e orizzonti agresti che si aprivano a perdita d’occhio. Camminare mette addosso una sete tremenda. E dare da bere agli assetati, in queste contrade, resta precetto evangelico da non disattendere mai.

Oggi, come duecento anni fa, tutto qui ti dice che sei arrivato a casa. Tra gente amica. Perché è da sempre un fratello chi trova conforto nel riflesso del vino, appresso a un focolare, che si tratti di una notte d’inverno, inclemente e crudele, o di un rovente pomeriggio estivo, quando il sole rende arsa e secca la gola, e vai cercando, abbacinato dalla luce, frescura e ristoro, magari sotto ad un piolo dal quale pendono grappoli già generosi. Una volta aperta la porta ti accoglie un respiro famigliare, abbracciandoti senza nemmeno chiederti chi sei, da dove vieni e quale divinità maligna ti ha sbattuto nei paraggi. È la democrazia che vige in questi luoghi, ed è antica di secoli. Non importa a nessuno degli altri avventori se sei un errante. Senti subito il profumo di buono.

In Friuli, in questa nostra terra meticcia e antica, osteria significa civiltà. Ci si giurava il matrimonio, battezzando la fede regalata dal “copari” nel vino; si combinavano gli affari fra sensali, in un tempo in cui uno sputo sul palmo della mano e una stretta forte valeva più di ogni suggello notarile. Si vegliavano i morti. Ovviamente santificandoli con la sacralità del bere, in un rito che conservava quasi un sapore omerico, ancestrale, di un’arcaicità che mette le vertigini al solo pensiero: tra il rosseggiare delle braci se ne narravano le imprese, si esorcizzava il suo andare ridendo per come era da vivo, richiamando alla memoria le sue bricconate, i colpi di testa, le avventure condivise, le sbornie solenni e benedette. E tutto in una dualità di genere rigorosamente rispettata: le donne in chiesa, col rosario in mano, gli uomini attorno a un tavolo di legno, con il bottiglione a consumarsi piano, quasi fosse un cero funebre.

Ne sopravvivono molte, di osterie così. Hanno ciascuna la propria fauna tipica. Se vi entri da foresto sul principio ti guardano con diffidenza, come chi viene ad usurpare un posto non suo, sul quale arroga diritti che si deve invece meritare. Ti annusano, ti misurano. Se chiedi una bibita o peggio un caffè sei finito. Ma se con piglio sicuro vai giù duro con un deciso: «un taj di neri, ma bon» Allora è fatta. La vita riprende, come il gioco, le bestemmie, le chiacchiere. Sei diventato uno di loro. Hai superato il rito di passaggio. E sei ammesso alla festa. E che festa sia.

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