Vidoni, 2,1 milioni di Iva evasa assolto un fratello, 1 anno all’altro
L’omesso versamento dell’Iva per complessivi 2.143.753 euro, nel periodo d’imposta 2014, da parte della storica impresa di costruzioni “Vidoni spa” e della sua controllata “Firmo-Sibari società consortile a rl”, entrambe dichiarate fallite due anni dopo, è costata a due dei suoi tre ex amministratori una nuova condanna, dopo quella inflitta il mese scorso per la bancarotta della stessa Firmo-Sibari. Un anno di reclusione, sospesa con la condizionale, la pena decisa dal giudice monocratico del tribunale di Udine, Paolo Milocco, per l’imprenditore udinese Marco Vidoni, 58 anni, e il manager udinese Franco Soldati, 59 (cui è stato concesso anche il beneficio della non menzione), chiamati a rispondere nelle rispettive qualità di presidente e di consigliere delegato dell’allora comitato di gestione delle due aziende.
È invece un’assoluzione piena quella pronunciata per entrambi e per il terzo imputato, il 74enne imprenditore udinese Giuliano Vidoni, fratello di Marco, in relazione all’ulteriore ipotesi dell’omesso versamento delle ritenute, sempre nel 2014, per un importo complessivo pari a 1.583.380,57 euro. A sua volta accusato di concorso nel mancato pagamento dell’Iva, in virtù del presunto ruolo di amministratore di fatto delle due aziende all’epoca rivestito, Giuliano Vidoni è stato assolto anche da quella duplice contestazione con la formula «per non aver commesso il fatto». Era difeso dall’avvocato Luca Ponti.
Insistendo per la sussistenza dell’intero impianto accusatorio, la Procura aveva chiesto la condanna più alta, calcolata in 2 anni di reclusione, proprio per il più anziano dei fratelli costruttori. A seguire le richieste di 1 anno e 9 mesi per Marco Vidoni e 1 anno e 2 mesi per Soldati.
Per entrambi, l’avvocato Maurizio Conti, che li difende, una volta lette le motivazioni della sentenza, presenterà ricorso in appello, riproponendo il tema dell’«insussistenza del dolo, laddove il mancato pagamento dell’imposta dipenda da una condizione di crisi obiettiva dell’impresa». Tanto più nel caso di Marco Vidoni e di Soldati, che «assunsero l’incarico nel gennaio del 2015, quando il debito Iva era già completamente maturato». Una condizione di svantaggio “ereditata” dalla precedente gestione, quindi, e di fronte alla quale nulla poterono. «Nel corso del 2015 – ha argomentato il difensore – la società non generò flussi finanziari sufficienti per assolvere al debito pregresso, ma soltanto, e a stento, per pagare il corrente, e cioè i dipendenti e i fornitori del cantiere di Firmo-Sibari (costituita nel 2013 per eseguire i lavori di adeguamento della Salerno-Reggio Calabria, ndr)».
Quanto all’omesso versamento delle ritenute, le difese avevano rilevato la «mancanza della prova dell’effettiva esecuzione delle stesse sui compensi dei professionisti e sulle retribuzioni ai lavoratori».
Condotta dai finanzieri della sezione di Polizia giudiziaria della Procura, sotto il coordinamento del pm Paola De Franceschi, l’inchiesta era esplosa nel marzo del 2017, con il sequestro preventivo di beni - soprattutto immobili e conti correnti -, finalizzato alla confisca per equivalente del corrispettivo dei debiti erariali, calcolato appunto in oltre 3 milioni 700 mila euro. —
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