Viaggio nella diga del Vajont, il gigante sopravvissuto alla furia della montagna

Erto e Casso: visita nei tunnel e nelle gallerie, aperte solo agli addetti ai lavori, con i tecnici Enel. E alla fine è difficile immaginare la forza che si liberò la sera del 9 ottobre 1963

Viaggio nella diga del Vajont, nata per essere la più alta del mondo

ERTO E CASSO. Entrare nel gigante silenzioso della diga del Vajont è come entrare nel ventre di una balena. È qui, tra i tunnel e le gallerie che possono percorrere solo i tecnici e gli addetti ai lavori – e che visitiamo accompagnati da Enel (l’ente gestore dell’impianto) e grazie all’organizzazione del presidente di Hydrogea Giovanni De Lorenzi – che inizia il nostro viaggio.

Una visita, della durata di un paio d’ore, per comprendere che, dietro al monumento alla memoria della tragedia del Vajont, c’è la storia di un’opera di grande ingegneria.

L’11 ottobre del 63, nel raccontare quello che era accaduto due giorni prima e che le parole faticavano a rappresentare, Dino Buzzati, paragonando la diga a un “bicchiere”, scrisse sulle pagine del Corriere della Sera: «Non è che si sia rotto il bicchiere quindi non si può, come nel caso del Gleno, dare della bestia a chi l’ha costruito. Il bicchiere era fatto a regola d’arte, testimonianza della tenacia, del talento e del coraggio umano». E, a distanza di 56 anni, quella testimonianza è ancora nitida e si staglia davanti agli occhi dell’osservatore nella sua spaventosa imponenza.

Il viaggio inizia nelle gallerie all’altezza di quella che era la vecchia statale, costruita prima della diga e in prossimità del ponte che attraversava la valle. Con l’evento che travolse la vita di 1917 persone, quel ponte, come hanno spiegato i tecnici dell’Enel, venne spazzato via. Sarà ricostruito un anno dopo il disastro. Anche la strada fu cancellata.

La costruzione della diga iniziò nel ’57 e in meno di tre anni fu completata. Tuttavia iniziarono quasi subito i problemi sulle sponde. La prima frana, nel ’61, fu importante, però non paragonabile a quello che sarebbe accaduto due anni dopo: in un invaso progettato per raccogliere 150 milioni di metri cubi d’acqua, si riversarono 250 milioni di metri cubi di roccia e fango. Troppi, anche solo da immaginare.

Laddove c’era la statale oggi si vede il ponte-tubo ricostruito nel ’64 e oggi vuoto. Negli anni ’80 infatti, la condotta iniziò a mostrare cedimenti. A quel punto, come è stato illustrato durante la visita, si è costruito dentro la frana: è stato realizzato un bypass che attraversa tutto il corpo frana.

Durante la visita lo vediamo: arriva 50 metri dentro l’area della frana, dove prima della tragedia c’era l’invaso, e da lì collega alla diretta, la conduttura principale. È un tubo di 4 metri di diametro, dove passano 63,64 metri cubi d’acqua al secondo, una quantità difficile anche solo da immaginare.

Passa in questo tratto della diga perché quest’area è più stabile, le oscillazioni del terreno vengono controllate senza rischi. Il gigante sopravvissuto alla furia della montagna è dotato di tutti i moderni sistemi di sicurezza e controllo.

La diga ha il suo punto massimo a 722 metri sul livello del mare e, nel percorso che facciamo e che passa all’altezza del ponte tubo, sbuchiamo a 592 metri sul livello del mare. Da quel punto l’immensità della diga a doppio arco, che supera i 260 metri di altezza da terra, non si riesce ad abbracciare tutta con uno sguardo.

Gli occhi devono ruotare per racchiudere l’intera opera e fare uno sforzo in più, di immaginazione, per capire cosa avvenne la notte dell’evento: la quota dell’invaso, la sera del 9 ottobre del ’63, raggiunse i 700,28 metri sul livello del mare, ma l’onda di piena superò quella quota di 180 metri. Un’onda, alla velocità di 100 km/h, che si portò via la vita e la storia di quei luoghi. –

BY NC ND ALCUNI DIRITTI RISERVATI
 

Riproduzione riservata © Messaggero Veneto