Viaggio nel mondo di Gustavo Zanin, l’organaro di Codroipo che ha conquistato il Giappone

CODROIPO. Vive di suoni. Traduce in musica la vita. Nel laboratorio di Codroipo le parole dell’organaro Gustavo Zanin, 87 anni, vibrano come l’aria nelle canne degli organi che restaura e costruisce.
Zanin guarda con curiosità all’innovazione cercando di non farsi sopraffare, per trasmettere a chi gli sta vicino la vibrazione del suono e creare quel sistema di risonanze che rende armoniosa la musica. Prima di lui l’hanno fatto i suoi avi, basti pensare che la ditta Francesco Zanin di Gustavo Zanin esiste da quasi 200 anni. Fondata a Camino al Tagliamento da Valentino nel 1827, oggi lavora in tutto il mondo.
Gustavo Zanin sarà presto laureato ad honorem dall’università di Udine, ma lui, pur ringraziando per il riconoscimento accademico, all’aula magna preferisce il laboratorio o la chiesa gotica, dove è capace di ascoltare per ore, in silenzio, la musica che emana quel luogo e disegnare poi sul tovagliolo di carta al bar, la linea dello strumento. «Da quell’idea - rivela - nasce la tecnica. Se non hai la mente libera non fai niente».
Zanin è un anziano non troppo alto. I capelli bianchi gli donano come pure la gestualità elegante che usa quando interrompe il discorso per suonare il piffero o soffiare dentro una delle tante canne nella sua bottega. In una mattina uggiosa ci accoglie con allegria e ci accompagna nel suo mondo fatto di suoni, accordi, risonanze e melodie.
Annullati dalla globalizzazione
Cosa si prova a costruire strumenti destinati a rimanere nel tempo o a restaurarne altri giunti a noi dal passato? «Gli strumenti musicali che hanno accompagnato, nella gioia e nel dolore, migliaia di persone non si riescono più a fare». Sono parole profonde come profondo è il ragionamento sui cui si basa la tesi di Zanin, il maestro convinto che «la globalizzazione annulla la persona e la creatività».
Convivere con la burocrazia, sottostare alle regole dei colletti bianchi o delle tute blu, vedere uomini e donne indossare i jeans strappati «come simbolo della sofferenza che si è riscattata», lo mette a disagio. «Sono al crepuscolo - afferma -, ho tentato di combattere il sistema anche se qualcosa ho fatto perché queste opere lasciano un segno, ma senza dubbio mi sento un perdente.
Oggi è tutto unificato, anche l’armonia è diventata matematica». Zanin è capace di spiazzare chiunque quando spiega come è nato l’organo realizzato per il duomo di Salisburgo, la città di Mozart. Osserva le immagini e quasi si emoziona. È come se sentisse Mozart suonare.
«La parte davanti rispecchia il temperamento antico affine all’esecuzione della messa, mentre gli strumenti laterali hanno dovuto adattarsi alla nuova sensibilità dell’orecchio umano, alla tecnologia». Quella stessa tecnologia che ha contribuito ad allungare la vita alle persone e uniformato tutto. Un’uniformità che Zanin vorrebbe sovvertire pur rendendosi conto che si tratta di un’impresa impossibile.
L’organo ti libera
Il maestro organaro racconta l’emozione del saper fare e rivela che, in fondo, è tutta una questione di equilibri. E allora ti spiega perché la chiesa ha scelto l’organo come strumento principe per le celebrazioni.
«Se suono il violino quando arrivo a una certa altezza devo tornare indietro e quell’attimo di interruzione stacca la concentrazione. L’organo con la sua ripetitività, così come le litanie o la ninna nanna, ti porta in uno stato particolare».
Riproposto il ritmo del Bolero di Ravel, Zanin chiarisce: «Quando una persona si trova in stato di amarezza ed entra in una chiesa gotica, bellissima, dove ogni colore ha un significato, il suono profondo, costante, ossessivo di un organo ti porta dal contingente al trascendentale. Vai in uno stato ipnotico e ti porta a liberarti di tutto». Impossibile dargli torto soprattutto quando aggiunge: «Il suono è uno dei mezzi più importanti per la spiritualizzazione dell’individuo».
E tra un suono e l’altro, Zanin racconta la fiaba di Ovidio, riconosce il ruolo che ha svolta sua moglie, Marina Sonego, nella sua vita e le donne della famiglia nei vari passaggi di testimone. Ti invoglia a scoprire il mondo della musica.
Nel laboratorio
Entriamo nel laboratorio e il primo impatto è affascinante. Zanin si avvicina a un organo enorme costruito da suo bisnonno per una chiesa del goriziano.
«Noi sappiamo fare gli organi, ma abbiamo l’umiltà di iniziare la numerazione mai con il numero uno bensì con il segno della croce che significa “Dio ci aiuti”». Invita a osservare le canne altissime dell’organo del conservatorio musicale di Bari e i piccoli strumenti che suona con maestria.
Nel laboratorio è tutto un riecheggiare di alti e bassi che si intrecciano tra i tasti sfiorati dal maestro e dall’accordatore. «Un organo può arrivare ad avere 4.700 canne», sottolinea indicando l’insieme di pezzi smontati e riposti in sequenza sul pavimento.
All’interno di quei locali è come effettuare un viaggio in un mondo antico, dove si respira l’odore del tempo. Nel reparto fonderia, Zanin spiega la fusione del piombo e dello stagno che dà vita alle lastre. Indica «le sagome usate dal nonno e dal trisnonno: «Andando indietro nel tempo - aggiunge - si va verso il periodo in cui temperamento e suono erano divisi secondo la musica e i colori».
Poi solleva una canna «questo è il piede, il labbro inferiore, il labbro superiore, al centro c’è il diaframma che si chiama anima. Questo è il corpo». Solleva quella canna come fosse un pezzo sacro, soffia dentro e descrive il suono. «Il timbro è determinato dalla forma», sottolinea invitando la cronista a posare la mano «come una carezza» per avvertire la vibrazione.
Capacità di fare cose semplici
La visita nel laboratorio Zanin si chiude con una lezione sull’armonia celeste e sul suono cosmico. L’organaro estrae da un contenitore pieno di progetti realizzati da Lusevera al Giappone, una mappa piena di cerchi. È la mappa delle canne dell’organo.
«Quando lei va a teatro e lo spettacolo non le piace è perché le persone al suo fianco non hanno vibrato con lei. È mancata l’armonia. Le canne dell’organo sono persone, se le metti al posto giusto c’è la risonanza». Con parole semplici, Zanin spiega concetti complessi perché è convinto che «le cose più difficili sono le più semplici».
E l’esempio non può che essere il cielo con migliaia di stelle che compenetrano nell’universo. «Il suono vibra e la sua vibrazione si trasmette alla canna a fianco, va in risonanza con quella dopo fino a diventare armonia celeste e suono cosmico. Chi lo avverte si sente investito dalla profondità cosmica». Il mondo di Gustavo Zanin è frutto di anni di esperienza e passione perché «il suono - conclude - è cibo spirituale».
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